lunedì 28 agosto 2017

IL MANTRA DEL DISTACCO.

Sono tornato dalle ferie già da una settimana, ma oggi mi sento veramente in lutto.
Oggi che hanno ripreso a lavorare i colleghi meno sfigati di me che si sono sparati 3 settimante, freschi e abbronzati;  pieni di energia e pronti a ricominciare. Io sono pronto per finire, per spezzare le catene come Dayneris Targarien e liberarmi dal giogo degli schiavisti di Meren.
Come si fa a tornare dalle vacanze con quel sorrisone stampato? Come si può ritornare in gabbia dopo aver volato libero? O non si riconosce la gabbia, o non si vola. Le cose sono due. Comunque io mi ritrovo qui, nella rassegnazione che ormai è mio scudo contro questa assurda perdita di tempo ed energie.

In lutto.

Dispiaciuto per aver perso quei magici momenti nei quali sono io a decidere a cosa dedicarmi. Sgrano un rosario di rimorsi ed uno di rimpianti mentre veglio sulla bara che contiene i resti di alternative possibili.
Sono vedovo della mia libertà, massacrata e uccisa dal sistema economico e dalla mia incapacità di creare e perseguire.

Ma anche io sono colpevole di rapimento e omicidio: ho sequestrato la mia capacità di sognare e dopo averla tenuta per mesi senza cibo e senza luce, l’ho lasciata morire miseramente.

Sono in lutto anche per quel senso del dovere e di ineluttabilità che mi faceva affrontare questa schiavitù con un sorriso. Tutti devono lavorare, bisogna guadagnare denaro, non puoi farci niente. Il mondo va avanti pistolero. 
O lo segui o rimani indietro.

Pur sapendo che si può sempre tentare (se fossi più deciso, se avessi un progetto concreto, se avessi abbastanza coraggio) continuo a camminare sullo stesso percorso incidendo un solco sempre più profondo che fra poco diventerà un tunnel, un loop temporale da ripercorrere senza via di scampo. Una ruota per criceti dove costruttore e roditore sono la stessa entità.

Sia chiaro che non sono disperato proprio perché so che una speranza c’è. La possibilità di cambiare esiste anche se non so assolutamente dove cercare. E anche se trovassi il posto giusto, la X sulla mappa, mi immagino come una scimmia che trova uno smart-phone nella giungla. Bello, ma come cazzo si usa? A cosa serve?

In questi giorni continuo a ripetere nella mia testa una frase di una canzone di Nina Zilli: la vita è una breve vacanza dall’eternità. E subito abbino questa grande verità (per me il mantra del distacco) ad un immagine di me gigante che cammina per città piccole piccole con la testa che supera le nuvole. E così riesco a ridimensionare situazioni e condizioni che altrimenti mi sembrerebbero quanto meno soffocanti e probabilmente troppo grandi da gestire.

Se siamo in una vacanza allora va tutto bene in fondo in fondo. E’ sulla superficie che si creano i problemi,perché per quanto possa convincermi di vivere nella Maya, nella grande illusione, mi perdo nelle piccole vicende che di significato non ne hanno. O forse si e io non so coglierlo.

E riprendo il “dopo ferie” un po’ disilluso, stanco e dispiaciuto ma mi sento anche un pò gigante, così,anche se schiaccio una merda con i piedi, non sento l’odore.
Che poi diciamocelo chiaramente. Ma come si fa a sembrare così soddisfatti e rinvigoriti dopo due settimane (se va benissimo tre) di contentino? Solo a me sembra un’immensa presa per il culo avere 2 settimane di ferie ogni 6 mesi di lavoro (a chi va bene oltretutto)?

Gente che l’ultimo giorno prima “della partenza” saluta i colleghi con abbracci e baci come se dovesse partire per sempre. E quando torna porta presenti e racconta esperienze vicine all’estasi della beata vergine quando la visitò l’arcangelo Gabriele. Ma un po’ di senso del reale no? Vi fate proprio vendere il sale benedetto da Vanna Marchi! E per favore! In realtà la mia è una critica invidiosa. 

Anche a me piacerebbe un sacco vivere l’emozione della vacanza pre-confezionata dove la sorpresa più grande che ti può capitare è fare un rutto improvviso per aver bevuto acqua frizzante troppo in fretta. Anche io vorrei aspettare le ferie come un bambino aspetta il Natale e dimostrare che più sono abbronzato più la mia vita ha senso.

Invece penso che il soggiorno nel villaggio turistico dove si torna ogni anno non sia un “VIAGGIO. Credo sia più uno spostamento di culo: dal divano alla sdraio. E non riesco a pensare che le due settimane siano solo briciole che ritrornano dopo aver passato un anno a sfornare km di baguettes.

Sono in lutto perché a volte mi sento l’ultimo uomo sulla faccia della terra che vede il mondo per ciò che è e non per quello che è meglio che sembri per non impazzire o far spruzzare il sangue delle mie vene tipo fontana di capodanno.

In realtà so che non sono da solo in questo mondo ricco di possibilità ma ricoperto da un sottile strato di cacate di uccello, ma oggi è il Lunedi del rientro e mi sento Calimero nel mondo dei cigni bianchi e un fottuto sopravvissuto ad un lavaggio del cervello di massa.

E così recito il mantra del distacco e ritorno con la testa tra le nuvole perchè va sempre bene, va tutto bene soprattutto quando non riesci a far nulla per cambiare qualcosa.

Dracaris.

lunedì 3 luglio 2017

POTA IL TUO BONSAI - tanti auguri a me e a te-

Oggi è il mio compleanno. 37 anni di vita. Come mi sento? Sfatto e stanco perché ieri ho pre-festeggiato in solitaria con troppo cibo e troppi film. 
Ma stamattina sono tranquillo. In questo preciso istante non ho aspettative, non credo succederà niente di particolare e non mi sento diverso da ieri. Mi sento sereno, grato di aver ricevuto i primi auguri da persone care, non molto contento di essere al lavoro, ma alla fine chissene. 

E’ un giorno normale, come gli altri, ma è anche un giorno molto speciale. Non so bene come spiegarlo però quest’anno non mi interessano festeggiamenti, men che meno ricevere regali o torte. Sto vivendo un mini-party dentro di me, un brindisi tra Ivano e Ivano insomma, un auto pacca sulla schiena e un “dai ci sei arrivato quasi integro..”

Sono incuriosito da questo numero, dalla mia età, dal mio essere adulto e dal modo nel quale io percepisco questo stare al mondo. Dentro di me c’è ancora un ragazzino, che non sa cosa vuole fare. E devo dire che questa sensazione è familiare e pacifica; probabilmente è l’ostacolo che mi fa stare in questa bolla di Peter Panismo ma è comoda. E soprattutto mi da speranza perché vedo ancora il mondo attraverso la lente caleidoscopica del possibile

 Mi interessa oggi, adesso, e so che quest’anno è successo  qualcosa. Forse è  solo  spuntato un nuovo ramoscello timido ed esile che si seccherà sacrificandosi per dare più energia al ramo principale del mio albero o forse e’ nato qualcosa di nuovo e duraturo. Una diramazione che con attenta potatura, potrà dare nuova forma alla mia chioma.  E’ l’anno della metafora con l’albero. Mai come oggi vedo la mia vita, le mie scelte e il mio possibile, come un bell’albero cicciotto con le sue radici che affondano nella terra e i suoi rami che si protendono verso il cielo.

Giusto ieri, alle porte della mia nascita, ho potato per la prima volta il mio bonsai, su indicazione di un caro amico che vive in Spagna e che è qui in Italia proprio in questi giorni.
-Ce l’ho anch’io questo bonsai, ma non lo poti? –mi chiede dopo  cena.
-Potare? Ma va! E’ già un miracolo che sia vivo!-rispondo basito dalla domanda.
-E allora cosa tieni a fare un bonsai ? Devi curarlo, dargli forma.-
-Ah, effettivamente in Karate Kid il maestro lo spiega come si debba fare con i bonsai, però non mi è mai venuto in mente. Ho così paura che muoia, che mentre cresce e fa nuove foglie non mi sogno nemmeno di sfiorarlo!-
E mentre parlo, mi immagino subito un parallelismo tra la mia situazione attuale e il mio bonsai. Quel cosa lo tieni a fare un bonsai, è stato registrato dal mio cervello come "ma cosa ce l'hai a fare una vita se non le dai la forma che vuoi?"

Così ieri, per la prima volta, ho deciso con coraggio di mettere mano alle forbici e decidere di dare una forma al mio albero.
Curioso ed interessante che il cosmo mi abbia regalato questa potatura alle porte del mio 38ettimo anno di vita. Al meno per me. In realtà colgo un regalo enorme, un insegnamento, una nuova occasione: dai forma alla tua vita, scegli e muoviti verso una direzione anche se ancora non esiste.

Ho sempre scelto gestendo quello che viene, poche volte decidendo prima un percorso. Ed ogni volta mi si chieda di dare forma alla mia chioma, rifuggo titubante perché è più semplice lasciare crescere come viene senza forzare. Ma capisco ora che non si tratta necessariamente solo di lasciar andare o forzare. Esiste anche il dare una direzione, progettare, muoversi verso, credere insomma in qualcosa che ancora non c’è.
Che è poi la fiducia che il seme ripone nella terra, dello spermatozoo nell’ovulo e del credente nella divinità.
Ieri, con la mano tremante mentre sceglievo di tagliare un bel ramo ciccione nella speranza che nascano nuovi rametti tra le fronde più basse, ho capito che è giunto il momento di rischiare qualcosa, di progettare e di affidarsi. Al proprio intuito e alla buona sorte.
E’ stato un instante magico intriso della mia volontà di dare nuova forma alla natura e di una fiducia nel cosmo che non lascerà morire l’albero ma anzi favorirà nuovi rami.

Anche io mi sento albero. Sono albero e giardiniere allo stesso tempo. E oggi ho iniziato a potare i miei rami.
Buon 3 Luglio.


lunedì 19 giugno 2017

SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO ESTATE

La collina dei cugis è in realtà più un pratone in cima ad un piccolo monte che si affaccia sul lago. Al centro c'è la nostra tanto amata casa, corpo materiale delle nostre anime che finalmente, dopo tanto cercare e lottare, possono condividere lo stesso spazio. Non è stato semplice trovare il coraggio di sognare, procurarsi le risorse per realizzare e incontrare questo posto. Ma, proprio quando stavamo per gettare la spugna, ce l'abbiamo fatta.
Era una vecchia fattoria in disuso, con una casa centrale spaziosa su due piani, con i muri spessi ed un fienile poco lontano.
Quando ci siamo entrati la prima volta era in pessime condizioni ma abbiamo voluto subito (soprattutto Margherita e Mariasole) andarci a vivere. Certo all'inizio non è stato facile ma trasformare quegli spazi abbandonati in casa nostra è stato un processo magico.

Mi sveglio presto come tutte le mattine ormai senza bisogno della sveglia. Il sole che spunta dalle montagne all'orizzonte illumina la stanza e per quell'ora il maledetto gallo Jack ha già iniziato il suo concerto. Siamo liberi dal dovere, ora viviamo solo nella volontà.
Come spesso accade mi giro stiracchiandomi e l'altra metà del letto è vuota. Che strano e piacevole scoprire il mio compagno il più mattiniero della famiglia quando prima aveva bisogno di 10 sveglie solo per aprire gli occhi!
Mi alzo senza fretta e mi infilo nel mio tutone. Siamo a metà Giugno ma ancora la mattina ha quel delizioso e rinvigorente freschino che solo in montagna si può godere. Saluto il panorama ringraziando il grande architetto per averci fatto incontrare questo posto magico.

Abbiamo deciso di tenere il carattere originale del casolare: muri grezzi e finiture in legno. I mobili li abbiamo recuperati, abbelliti e restaurati. Alcuni, anzi molti, li ha costruiti Cristian, che nel tempo è diventato un abile falegname.
Scendo le scale già sentendo profumo di caffè. E' un piacere camminare a piedi nudi sul pavimento di pietra fresco e ruvido per poi farsi coccolare dagli scalini di tiepido legno levigato.
La cucina è la parte che mi ha fatto subito innamorare di questo posto: abbiamo tenuto il vecchio lavandino enorme in ceramica con il suo rubinetto in ferro scuro. Sulla parete di sinistra c'è un enorme camino, di quelli vecchi, che ci si entra in piedi, vera anima della casa. Intorno ad esso abbiamo disposto divani e poltrone e le serate di inverno si perdono in racconti e risate o in semplice contemplazione.

Come spesso accade sono fortunato e la mega caffettiera (non mi ricordo chi l'ha portata) contiene ancora del caffè tiepido. Mi riempio la mia tazzona (ognuno di noi ha la sua tazza fatta da qualcun altro della famiglia come regalo di benvenuto alla collina cugis). La porta finestra è aperta e mi accingo ad uscire nel clima primaverile immaginando già chi incontrerò.
Daniela siede sul tavolone ricavato da un vecchio tronco. Siamo i "pigroni del gruppo", di solito gli ultimi due che fanno colazione. Tazza e sigaretta e il suo buongiorno, mi ricordano come sempre che tutto è come dovrebbe essere. E' ancora arruffata, spettinata eppure così bella persa in qualche strascico di sogno mentre assaggia il nuovo giorno. Sparpagliati sul tavolone ci sono fogli, appunti, immagini, disegni. Le do un bacio leggero sulla guancia. Stiamo lavorando al nostro secondo contorto, immenso, splendido romanzo. E la mattina è il momento che preferiamo per lavorare insieme anche se lei è più animale notturno. Daniela sa bene però, che prima di buttarmi sulle vicende dei nostri cari amati personaggi, io ho bisogno della mia passeggiata.

Lascio la cugi intenta a riorganizzare le idee per il nuovo capitolo e scendo i gradini di sasso che dal giardino di fronte a casa, portano un pò più in basso verso il campo ed il fienile.
Come immaginavo in lontananza sento l'abbaiare giocoso dei nostri cani. Sarebbe più appropriato dire che sono i cani di Gianni. Macchie pelose saltano e sbraitano tutti innamorati del loro vero e unico padrone.Ogni mattina, pur vivendo liberi entro i confini della nostra tenuta, Gianni li porta a correre e giocare, li controlla ad uno ad uno alzando orecchie, piegando zampe, ispezionando dentature e grattando pance. Ogni tanto li rimprovera ma più spesso li coccola e li abbraccia. Il mio compagno. Quante ne abbiamo passate insieme, quanti dubbi su dove andare e cosa fare, e poi alla fine eccoci qui io con le mie montagne e lui con i suoi cani. Ed ogni volta che lo vedo tra i suoi cuccioloni divini ( come dice sempre lui) mi sento investito da un torrente d'amore. All'inizio doveva essere un piccolo allevamento di bulldog francesi, una coppia per fare dei cuccioli, alcuni da tenere e altri da vendere. Ora di bulldog ne abbiamo 7; due labrador, tre husky, una coppia di pastori tedeschi e un san bernardo detto il cavallo. E qualcuno è in dolce attesa. Come capita spesso qui alla collina, siamo tutti in sintonia, come un macro organismo e  mentre io lo osservo in lontananza Gianni volta lo sguardo e mi saluta con uno di quei sorrisi che hanno il potere di cancellare anche l'incubo più terrificante.

Continuo la mia passeggiata lasciando sulla mia sinistra il campo aperto e percorro il sentiero per inoltrarmi nel rigoglioso giardino di Viviana e della sua apprendista Margherita. Viviana, amica del cuore, si è specializzata nel tempo nel creare un giardino da Eden e Margherita ha presto sviluppato talento e passione. Chiaro è che qui tutti facciamo un pò di tutto, ma ognuno di noi ha i suoi rituali per iniziare la giornata. Ed eccole, sporche e splendide dietro i girasoli in ginocchio sulla terra umida e scura il cui profumo intenso mi fa sempre ricordare mia madre. Cappello di paglia (identico per entrambe)  e pantaloni comodi zappano e strappano, piantano e innaffiano. Si guardano e sorridono mentre Viviana da indicazioni. Margherita segue i consigli ma si vede abile nel maneggiare bulbi e radici. Complici dee mentre creano un nuovo mondo. Osservo per qualche istante la naturalezza con la quale comunicano quasi senza parlare. Una fotografia dell armonia che può esistere tra uomo e natura.
Al centro del giardino Cristian e Daniele, hanno costruito un splendido gazebo in legno. Sul pavimento abbiamo messo tatami e un sacco di cuscini. E' splendido perdersi nella lettura di un buon libro circondato da quei colori e profumi che  il costante amore e la cura di Viviana e Margherita ci regalano.

Troppo prese dal loro lavoro non si accorgono di me e così io proseguo il mio cammino. Poco più avanti c'è il fienile che abbiamo trasformato in un paradiso per artisti. Abbiamo diviso l'immenso spazio in un laboratorio d'arte che chiamiamo l'officina ed una falegnameria soprannominata la tana dell'elfo. Qui Cristian ha tutto l'occorrente per trasformare il legno mentre l'officina è il regno di Daniele e da qualche tempo di Maria Sole nel quale si dedicano a scolpire, tagliare, modellare e dipingere. Il fienile è molto grande e abbiamo anche ricavato un bel salone per fare feste e concerti, laboratori e corsi vari. La collina è aperta a tutti. Il rumore di strumenti meccanici ed elettrici mi suggerisce che Daniele è già al lavoro. Mi fermo sul portone semi aperto e sbircio dentro: un grosso blocco di marmo occupa il centro della stanza mentre lui di schiena sta borbottando qualcosa mentre prende delle misure su un foglio. Anche di spalle Daniele ha un aspetto un pò burbero perso nei suoi calcoli mentre si agita perchè qualcosa non lo soddisfa. Io invece sorrido compiaciuto perchè sicuramente creerà qualcosa di bellissimo! Quasi sto per riprendere la mia passeggiata quando noto una figura muoversi nell'angolo opposto intorno al flessibile: eccola Mariasole, selvaggia con i suoi occhialoni da saldatrice, salopette di jeans e guanti troppo larghi mentre si prepara a tagliare un lungo tubo di metallo. Prima di accendere quel marchingeno infernale mi vede, mi fa il "rock and roll" con la mano (pugno chiuso con pollice, indice e mignolo alzati) tira fuori la lingua emulando uno dei Kiss e poi si immerge in un'eruzione di scintille! Nel rumore assordante riesco a farmi sentire da Daniele, che si gira con i suoi capelli color paglia, occhiali da professore e matita all'orecchio. Solo con il movimento delle labbra gli suggerisco" Occhio alla rocker per favore" indicando Maria Sole. Lui contrae i muscoli del viso verso il suo naso adunco nella sua solita espressione " Ma cosa me lo dici a fare? Ovvio, e lasciaci in pace" ma prima di tornare al suo "mestiere" mi fa un sorrisetto.

Continuo la mia passeggiata e proseguo verso la falegnameria immaginando il volto di Maria Sole in estasi tra lame e schizzi incandescenti.
La tana dell'elfo è l'ultima parte del fienile. Trovo Cristian che sta dando forma ad un sottile strato di legno: da qualche giorno è all'opera con la sua prima chitarra. Musica reggae in sottofondo, quello è il suo habitat: certo passiamo tempo anche nella saletta in taverna a fare musica ma qui è come vedere un uccello che vola libero nel cielo  o un pesce che guizza tra le acque limpide di un fiume. Se Daniela è la "mami" della famiglia, Cristian è il "babbo". Calmo e serafico, con il suo sguardo profondo che non giudica mai, oltre che essere un grande amico è anche un punto di riferimento silenzioso e stabile. Come un albero. La sua tana è una gioia per gli occhi: ci sono un sacco di antine, cassetti, sedie, sgabelli e casette per le bambole che vendiamo ai mercatini che organizziamo, cucchiai e bacchette magiche. Oggi noto però qualcosa di nuovo: un oggetto ingombrante è ricoperto da un lenzuolo."Dai cugi dai un occhiata ma non dirlo a nessuno" mi tenta Cristian. Senza farmelo dire due volte mi avvicino e alzo l'impolverato telo per scopro una bellissima culla di legno chiaro, con inciso un cuoricino rosso sulla testata. " E'ancora da finire" ci tiene a precisare. "Grande cug" dico entusiasta " sarà felicissima ma ti conviene nasconderla, qui ci sono troppi occhi curiosi". Eh si, Viviana, pur instancabile come sempre ormai è al settimo mese.... Fra poco la nostra famiglia sarà un pò più grande!

Lascio Cristian alla sua opera e giro intorno al fienile per ritornare al pratone dei cani per salutare il mio compagno. E' già sudato e sorridente come un bambino. Dopo avergli dato un abbraccio e offerto l'ultimo sorso del mio caffè, mi aggiorna sullo stato dei cani. Sono d'obbligo carezze, lanciare qualche rametto, e farsi leccare un pò. Posso ora ritornare sui miei passi guardando la nostra casa incorniciata da un cielo magnifico: finalmente so di essere al posto giusto con le persone giuste. La mia famiglia.

Perso in questo sentimento di gratitudine quasi inciampo su Lampo, la nostra pecora velocista che pensa di essere un cane e corre come un'indemoniata. "Ehi teppista!" le grido e lei si ferma un istante solo per guardarmi e dire con la sua espressione di sufficienza "eri tu sulla mia strada " per poi schizzare di nuovo verso il resto del branco.
Ritorno, ora completamente sveglio, al giardino davanti casa, mi siedo vicino a Daniela e incominciamo il nostro rituale:" tutto a posto in giro?" "Certo cug, tutto al suo posto!". "E" aggiungo oggi " fossi in te non andrei in officina perchè tua figlia sta creando". " Non dirmi che ci sta riprovando con la motosega eh?" mi chiede ad un tratto agitata. "No" rispondo " motosega no, però sta usando il flessibile!!!" " C'è lo zio Daniele almeno?" "Certo cug, c'è lo zione non preoccuparti!"
E con una risata ci buttiamo a capofitto nelle trame complesse del nostro racconto.

Così inizia una giornata qualunque, nel mio mondo non perfetto ma da sogno completamente soddisfatto di chi sono e di chi condivide con me tempo e amore.

Che sia di buon auspicio per tutti i cugis!!!!

LA POESIA DEL MALUMORE (ed è ancora Lunedi)

Oggi me ne vorrei andare, cambiare paese, ricominciare.
La casa che tanto mi faceva sognare ora è la sede di un incubo senza fine.
Fatture da pagare, spese da giustificare, una corsa estenuante per arrivare a fine mese. 
Ma è sempre una gara persa, non c’è competizione. E mentre corro perdo la speranza, e mi supera la rassegnazione.
Lavoro tutto il giorno con persone che preferirei non frequentare.
Svendo il mio tempo, regalo il mio impegno mentre tace la passione. 
Un vortice di voci fastidiose che sporcano il mio sentire.
E torno a casa la sera svuotato e spento senza energie da dedicare a ciò che amo fare.
Vedo poco la mia gente, nutro poco il mio cuore e sorrido stancamente qualche secondo ogni mille ore. 
E non trovo soluzione ma problemi a non finire, una montagna di scartoffie e richieste da riempire. Per far valere un solo diritto una guerra senza fine, i nemici con le lance io in mano una rosa con le spine.
E se prima almeno il cibo in casa non mancava, adesso è desolante vedere il mio frigo l’ultima settimana. 
Di un mese che diventa eterno quando si contano le monetine.
Un tempo che ritorna con sempre meno prospettive.
Mi rimane il sogno, la fuga con un libro o scrivere una canzone. 
Divagare con il pensiero,allontanarmi da una realtà con una magica pozione. 
Perché non c’è significato in ciò che mi costringo a fare. 
Sono schiavo del denaro e di un debito che non si può sanare.

Sogno una collina soleggiata, con un piccolo casolare. 
Qualche gallina e qualche anatra, forse due pecore, sicuro un cane. 
Sogno il cielo qui vicino e l’odore della terra al mio risveglio.
Sogno di vivere con chi amo padrone del mio tempo.
Sogno il semplice contemplare di questo regno stupendo. 
Lavorando nel significato e per sentirmi sempre meglio. 
Sogno tanto e vivo male e ogni giorno mi sento un po’ più asciutto. 
Di marmoreo minerale il mio cuore si è intessuto.


Ma ancora ho speranza perché so cos’è l’amore. 
So che è possibile creare e immaginare verità nuove. 
Oggi è solo un giorno nero ma che voglio ricordare.
Perché non voglio più piegarmi ai voleri di un re folle. 
Né tiranni né padroni a decidere i miei giorni. 
Voglio solo la mia gente, i miei fratelli i miei compagni. 
Una comunità di uomini per far crescere germogli. 
E cantare sotto il sole o intorno ad un focolare. 
Senza troppi giri di parole: voglio solo stare bene. 

mercoledì 26 aprile 2017

FUOCO E FIAMME, FUOCO E FIAMME

Con oggi è una settimana giusta che sono ammalato...
Malattia seria, da stare a letto tutto il giorno, non mi capitava da anni.Oggi è il primo giorno nel quale l'ipotesi di una completa guarigione non sembra più una chimera irraggiungibile.

Io, fortunatamente, non mi ammalo quasi mai. Mi piglio qualche raffreddore, ci sono dei periodi dove ho una bassissima energia ma quasi mai cado a terra e ci rimango. E se mi viene la febbre vuol dire che il mio corpo ha bisogno di tanto riposo, fisico e mentale.

E così ho passato queste giornate tra deliri e imprecazioni, vivendo un tempo che si dilata e contorce al ritmo dei dolori ossei e sbalzi di temperatura corporea.
Quando sto male faccio strani e contorti sogni, i dormiveglia si trasformano in viaggi extra corporei in universi contorti e a tratti grotteschi.
Tutto si confonde, si ripete o si fissa in istanti fastidiosi che sembrano durare secoli. Raggiungo l'apice della malattia quando mi convinco che non guarirò mai più. Che rimarrò sempre in un stato di continuo torpore, tra letto e divano senza energie neanche per scaldare l'acqua per il riso in bianco.
Ma poi, ovviamente, si sente il richiamo alla vita, quel magico processo di guarigione che rimette le cose a posto. Dal ramo secco rinasce un fiore.

Di solito non mi piace prendere farmaci, ma da buon uomo cacasotto, quando il dolore è troppo o se lo sto sopportando da troppo tempo, allora cedo al chimico. Completamente.
In questi giorni ho preso: Oki per il mal di gola e mal di testa strazianti; antibiotico per le placche, tachipirina per la febbre, uno sciroppo con troppi ingredienti che finiscono in -INA per la tosse e pastiglioni per sintomi influenzali.
E capisco tutti i dipendenti da farmaci. In particolare l'OKI è una sorta di polverina magica. Dopo due notti insonni per mal di gola e tosse mi è bastato prendere una bustina e in 10 minuti dormivo come un angelo. Tutto sparisce e tu non devi fare niente per meritartelo..... Fantastico e terribile allo stesso tempo.
Ma le mie elucubrazioni febbricitanti non sono rivolte all'annosa questione omeopatia-allopatia. Dirò solo che in una società che vuole tutto e subito non ci si può prendere il tempo necessario ad una vera guarigione in armonia con il proprio corpo.
Al lavoro c'è gente che si presenta con 40 di febbre e le croste nel naso per dimostrare il loro attaccamento, dimostrando solo poco rispetto per sè stessi e mettendo in cattiva luce quelli come me che, se stanno male, davvero, se ne stanno a casa.
L'omeopatia richiede tempo, dedizione e grande amore. Ma soprattutto tempo. Che non ci è concesso. Stare male non è un diritto ma un lusso.

Comunque, questi giorni mi sono serviti per capire qualcosa sulla mia situazione attuale ed in generale ho capito che non posso non essere chi sono. Mi spiego meglio.
In questi mesi si sono presentate, soprattutto sul lavoro, situazioni per me fonte di grande stress.
Cercando di essere un me migliore, ho tentato di sviluppare un lato accogliente nei confronti di ciò che non tollero o comunque non mi piace e non condivido. Ho tentato di adottare la tecnica del "CHE CAZZO ME NE FREGA" nei confronti di persone e situazioni che cozzavano con il mio modo di pensare e gestire le relazioni.
Bene, il risultato è stato uno spegnimento della mia fiamma interiore. Il far finta di niente o sorridere quando dentro sentivo un'eruzione vulcanica pronta ad esplodere e invadere di lava tutto ciò che mi circonda, credo mi abbia fatto ammalare.
Se una persona mi sta sul cazzo non posso far finta che non sia così. Posso chiedermi perchè proprio lei, posso indagare personalmente su ciò che mi riflette, ma comunque mi sta sui coglioni e sto "bene" solo se questa persona lo sa. A prescindere dalle conseguenze. Mi sento falso e ipocrita sorridendo a qualcuno che riempirei di schiaffi.
Se ci sono atteggiamenti del mio compagno che mi fanno imbestialire, ho bisogno di farglielo sapere, con i miei toni burberi e poco accoglienti forse ma devo far uscire quest'energia altrimenti mi sento morire. E rispettando questa mia "esigenza" miglioro anche la relazione.
Io sono così: nervoso e a tratti intransigente, diretto e schietto. Odio i leccaculo, i falsi, quelli sorridono e pugnalano allo stesso tempo. Mi piace la chiarezza nelle relazioni di qualsiasi tipo. Anche se ciò comporta una non relazione. Per me essere sani vuol dire rispettarsi completamente.
Era da un pò di tempo che mi sentivo spento, smorto, senza stimoli di nessun tipo. E continuavo a chiedermi perchè.
Il motivo è che cercavo in tanti ambiti della mia quotidianità (primo fra tutti il cazzo di lavoro) di fare buon viso a cattivo gioco. Bhè fanculo il buon viso, e fanculo il cattivo gioco.
Se una cosa non mi piace io DEVO GRIDARLO AL MONDO INTERO. E non è una questione di orgoglio come pensavo, ma una questione di rispetto di sè stessi. E di giustizia. Io posso cedere a compromessi solo se in rispetto di chi sono.
Probabilmente non riesco a spiegarmi troppo bene, ma ho bisogno di fissare questo sentire per voltare pagina.

Il porgi l'altra guancia non fa per me. Se mi tiri uno schiaffo e te lo rido. Poi magari possiamo sederci e discutere sul perchè ci siamo pestati.
E proprio pensando a questa peculiarità del mio carattere che non voglio più opprimere ma abbracciare, ricordo che alcune delle più grandi amicizie sono nate proprio da questo attrito focoso. Ognuno ha il dovere di riconoscere e rispettare il proprio temperamento. Cercare di guidarlo e arginarlo a volte ma mai di cambiarlo umiliandolo.
Se uno è fuoco non può far finta di essere acqua.
E io sono fuoco, che mi permette di bruciare di passione ed indignazione. Fuoco che alimenta le mie emozioni e la mia creatività. Fuoco rabbioso  che a volte brucia senza ritegno e a volte scalda con amore.
E voglio bruciare fino al mio ultimo giorno.

martedì 18 aprile 2017

IL LABIRINTO DELL'INCAPACE

Me l’avevano predetto… quest’anno sarebbe stato strong… E al momento lo è tantissimo. Le difficoltà sono arrivate con il cambio di stagione, la primavera  ha richiesto un pegno: tutta la mia energia e la mia (poca) positività.

Ed ora mi trovo in seria crisi sia lavorativa che famigliare… Ho anche vissuto un momento intenso e triste con il mio compagno, ma grazie al cielo è servito solo a farmi rendere conto di quanto lo ami e voglia stare con lui. Gianni rimane un faro lontano per una nave in tempesta. Grazie mi amor.
La mia tranquillità d’animo è scomparsa completamente lasciando emergere spavaldi  Dubbio ed Pessimismo;  ma quello che più mi fa tremare le gambe e brillare gli occhi è il Vuoto. In questi giorni mi sento  svuotato e sembra che non abbia neanche voglia o forza di riempire di nuovo il buco. Forse ciò è quello che chiamano depressione. Il termine rende. De-pressione :  non sentire più quella pressione che delimita il tuo corpo, che ti centra, che ti dice che ci sei e dove sei.  Ho la sensazione di perdere fisicità, materia. Da compatto e solido ad un liquido informe . E, a proposito del liquido, in questi giorni ho la lacrima facile, salto da un dubbio ad un altro, la mia insicurezza è da quotare in borsa e non ho voglia di vedere nessuno. Olè, chiamatemi Dr. Allegria.

So che è un momento (spero), ho attraversato, come tutti, periodi difficili e ne sono uscito, ogni “morte” è strettamente correlata ad una “rinascita” ma mentre muori non pensi a che bella sarà la nuova vita!

Sento la necessità di un cambio, di un giro di vite di un’evoluzione personale. Non una fuga ad un altro paese, non un nuovo lavoro uguale al precedente.  Mi piacerebbe proprio una svolta, un nuovo inizio con un diverso sentire e una diversa prospettiva.  Sogno tanto una comunità autosufficiente dove quello che fai ti serve per vivere e nella semplicità scoprire la ricchezza della condivisione e di una vita in armonia con la natura.

Che poi magari pre-sento solo l’incombente conflitto nucleare che quei pazzi  imbecilli stanno organizzando o semplicemente la maturità mi rende meno flessibile e meno propenso al compromesso.  Ma ho paura di spezzarmi.
Giornate intense, di attesa, di disperazione a tratti e tanto tanto smarrimento.


giovedì 30 marzo 2017

VIBRAZIONI COSMICHE. Mandala meditativo: riscoprire la luce.


Portare la luce dall’oscurità, far emergere ciò che soggiace, perché, come ben sai, la luce non ha senso senza l’oscurità.

Questo il tema profondo del secondo incontro di mandala meditativo. Impegnativo, intimo, atavico e per me quasi impossibile.

Sono più abituato a coprire la luce con l’oscurità. Più bravo a negare che far emergere. E questo la dice lunga su chi sia io oggi. Molto interessante.

Iniziamo con una “meditazione ritmica”. Ognuno ha uno strumento percussivo, e, emulando il battito del cuore, viaggiamo ad occhi chiusi dentro di noi e indietro, fino a ricordare gli albori dei tempi. Terre vulcaniche e fuochi, caverne umide e belve feroci, primordiale vegetazione e misteri inspiegabili.  Tu-tum,  tu-tum , tu-tum. Daniela propone una frase da masticare durante la meditazione ma io non riesco a seguire le parole perché sono nel battito, nel ritmo, nella regressione antropologica. Non è la prima volta che mi ritrovo a sentire con forza e trasporto questa connessione potente ed intima  con l’origine dell’uomo.

Ritorniamo dal “viaggio” e siamo pronti per “mandalare”. Oggi utilizzeremo una tecnica particolare; il carboncino o fusaggine. Si tratta di gessetti neri, cenerosi, con i quali coloreremo un cerchio. Deve essere completamente nero, aiutandosi anche con le dita.

Noto una certa soddisfazione nel riempire il cerchio di un nero profondo e concentrato. il timido bianco rugoso del foglio sottostante sparisce ad una velocità pazzesca (che poi si contrappone alla lentezza del portare alla luce) e ritorno un po’ bambino nel sporcarmi prima di tutti il 90% della superficie delle mani. C’è chi usa un solo polpastrello, chi la punta delle dita e chi qualche dito insieme per spargere la grafite. Io, uso tutta la mano da palmo a falange. Sia la sinistra che la destra.  
E nel foglio bianco appare questa sfera nera, una luna in completa eclisse che suscita in me un certo fascino. Creata l’oscurità è nostro compito riportare la luce.  

A differenza di molte altre tecniche di disegno qui la dinamica è al contrario: per completare, per creare, non devo aggiungere ma togliere. Molto interessante il doppio rimando di quest’attività: per poter realizzare il mandala bisogna togliere, rinunciare alla pienezza del nero per arrivare all’apparente vuoto del foglio bianco.

Rinunciare per scoprire cosa emerge. E anche nella vita, per evolvere, per andare avanti e conoscere il nuovo bisogna sempre rinunciare a qualcosa.

Non posso non pensare ad un concetto filosofico  a me caro: per poter vivere pienamente  bisogna riguadagnare la luce dello spirito oscurato dalla compenetrazione con la materia.
E’ qui che meditazione, proprio-cezione e creatività s’ incontrano in un circolo “mandalico” potentissimo ed è proprio qui che io e Daniela vorremmo portare ad ogni incontro i partecipanti. Senza troppe spiegazioni, anticipazioni o cornici descrittive. Trovarsi a contatto con se stessi attraverso l’azione e semplicemente prendere nota di ciò che accade. O no. Potersi sentire nel momento e vivere la metafora del sentirsi attraverso una rappresentazione è il segreto dell’arte ed è il segreto dell’uomo. Intendo ora come si sia sviluppata questa capacità tutta umana; nata come un esigenza per dare forma a misteri tanto inspiegabili si è poi evoluta come possibilità di trasformare lo sconosciuto in conosciuto. Da qui i simboli e tutte le forme d’arte che ora per me assumono un nuovo significato: la rappresentazione dell’uomo nei suoi molteplici aspetti.

Nel mio caso, non sono riuscito a portare luce nella mia oscurità. Il nero ricopriva velocemente i pochi sprazzi di bianco che riuscivo a guadagnare con i miei polpastrelli luridi, che da una parte spostavano i piccoli granuli di carbone per poi farli tornare con un'altra ditata. Tutti gli altri partecipanti invece, in diverse forme, riuscirono senza difficoltà a far emergere la luce giocando con “l’ombra” nel creare alberi, fenici e motivi geometrici.

Io basito, insisto, tolgo e aggiungo, mi sporco, ci riprovo ma non emerge niente. Il nero ritorna in un grigio sporco che racconta quanto sia ancora imprigionato nella mia di oscurità, nei miei limiti e nelle mie credenze erronee. Il mio potenziale, la mia energia vitale, la mia luce ancora è nascosta dal nero delle mie paure e della mia insicurezza.

E alla fine emerge qualcosa: un mostro marino, un “polipone” forse. Una serie di linee curve che a qualcuno ricordano un simbolo tribale. A me non piace ciò che è emerso ma non importa. E’ significativo che mi ci riconosca perché è uno specchio nitido di chi e dove sia adesso.

E' confortante sapere che dietro l’oscurità, per quanto spessa e per quanto difficile da scansare, c’è sempre luce. A volte troppa.