mercoledì 4 ottobre 2017

A CADUTA LIBERA

Continua il mio inesorabile viaggio “nel buco”, che sta diventando un tunnel oscuro verso il centro della mia terra, ossia di me stesso, qualunque cosa possa incontrare. Come insegna il buon Verne, tra mostri e misteri, ci sono anche tesori inaspettati.

Essere nel buco, per quanto mi riguarda, è sentirsi in fondo ad un pozzo, scomodo ma in qualche modo conosciuto. Avevo deciso di uscirne, dopo giorni di immobilità e riflessione, attraverso il movimento e tanta volontà. Pensavo di esserci riuscito, ma ieri sera, all’improvviso, ho realizzato  che stavo solo sognando una lenta risalita verso la luce.

Come un sogno all’inverso mi risveglio ancora nel buco. E ora il fondo che tanto conosco si sgretola e incomincio una caduta negli abissi del mio mal essere e del mio sentire.

E vado giù, sempre più giù.

Mi viene subito in mente l’immagine di Alice durante la sua caduta  verso il paese delle meraviglie tra radici, terra e oggetti bizzarri. Che anche io possa trovare la meraviglia solo scendendo il più possibile?

Allora vado giù, sempre più giù.

Probabilmente è proprio di questo che ho bisogno, perché nulla accade per caso. Forse oggi devo sentire la forza di gravità che mi spinge, e l’aria pungente che sferza il mio viso mentre aumentano la velocità e il battito cardiaco.

Mi lascio cadere giù, senza resistere, sempre più giù.

Nel buio e nel calore della mia intimità, nelle mie paure, nella mia indolenza e nella mia disaffezione.
Perché solo nell’oscurità più totale posso finalmente ritrovare la mia luce.

E continuo ad andare giù, sempre più giù.

Pur essendo spaventato  accetto questo momento, sento che è necessario, che ne ho bisogno;  provo dispiacere per perdermi delle cose, perché la mia attenzione è rivolta verso il basso, verso l’interno, nel pieno del mio autunno.

Giù, sempre più giù.

Ed è comunque un viaggio, dove regnano incertezza e confusione, trepidazione e volontà, curiosità e distacco. L’unico punto di riferimento e di stabilità sono io.
Mentre scendo, mentre cado, mentre mi immergo sempre più giù.

Riconosco la responsabilità di questo mio continuo cadere e me ne assumo le conseguenze, perchè stavolta ne sono cosciente e presente in ogni istante di questa a quanto pare interminabile caduta libera.

E se devo andare giù, ancora più giù, lo farò con fiducia e tenacia.


sabato 23 settembre 2017

INSPIEGABILMENTE TU

In questo giorno del tuo anniversario di nascita ti penso fratello ...
Non mi sento in diritto di definirti fratello, ma questo sei per me, nonostante tutto. 
Per anni ho avuto vergogna di te, a volte dicevo di essere figlio unico perchè era più semplice  che spiegare ad uno sconosciuto il complicato mistero della tua esistenza. 

Ma oggi voglio ricordare quei momenti in cui abbiamo condiviso il nostro legame; quando ti facevo ballare come un matto con la musica a tutto volume, sbattendo le mani sul tavolo e mentre ti cambiavo il pannolino. Ricordo da bambino di notte, in preda ai miei incubi terribili, che la tua vicinanza , la tua presenza mi calmava e mi permetteva di riprendere sonno.
Oggi sono triste fratello, perchè mi sarebbe piaciuto avere più coraggio o più amore per starti vicino, nonostante tutto e tutti. Ma non ce la faccio e non posso che prenderne atto e parlarti nel mio cuore. So di essere un fallimento come fratello maggiore e per questo non ci sono scuse. Sono meschino ma davvero ho fatto quello che ho potuto per mantenere un minimo di equilibrio in quella corda da funambolo poco tirata che è la nostra dinamica famigliare.

In realtà la tua immagine sfiora i miei pensieri spesso ma oggi più che mai ritorni a me mentre bevo il caffè salutando il giorno e mentre pulisco casa sulle note di una triste canzone di Billie Holliday...

Hai trent'anni, età che avvicinata alla tua immagine, suona in maniera strana e riverbera in me in altrettante strane emozioni.
Solo adesso fratello incomincio a capire e sentire gli accadimenti e le dinamiche che mi hanno portato ad esserti sconosciuto, straniero. So che ti ho odiato fratello perchè, pur senza colpe, il tuo diritto alla vita ha sovrastato il mio diritto ad essere amato. E anche se me ne vergogno non posso che accettare i miei sentimenti. 
Ma rimangono i ricordi intensi e veri di quei lunghi pomeriggi in quella casa tanto sgarrupata quanto la nostra famiglia.
Famiglia dalla quale ho scelto, non con dolore, di prendere le distanze... Ho scelto di prendere le distanze anche da te forse perchè sono troppo vigliacco o troppo egoista, sicuramente troppo debole per accompagnarti nel tuo viaggio unico e inspiegabile.  

Che sia una vita forzata, alimentata dai bisogni di qualcun altro o semplicemente destino al di fuori della comprensione razionale, rimane comunque la tua esperienza che io non voglio, ahimè, e non riesco  a condividere.
Spero possa perdonare la mia assenza e la mia incapacità di amare che tanto impedisce la mia completa realizzazione come essere umano.

Ti posso solo augurare nel mio cuore di andare dove devi andare e di vivere ciò in qualche tempo e in qualche modo hai scelto di esperire.
Non posso non sentirmi che meschino per non onorare un legame di sangue ma così è, almeno per il momento. 
Ti posso però dire che sto lavorando su di me per far la pace con una famiglia dalla quale mi sento lontano anni luce.
Non so definire bene i sentimenti che provo nei tuoi confronti, ma posso sicuramente ammettere al mio cuore e al tuo che sei fonte di coraggio per sopportare il fardello che porti dal giorno della tua nascita. Fardello che non è solo tuo e che io scelgo di non alimentare o condividere.

Per fortuna intorno a te c'è qualcuno che ti ama per chi sei ....
Non so se le scelte che ti hanno portato oggi a compiere 30 anni siano state scelte egoistiche o dettate da un profondo amore. Posso solo indagare sul mio sentire, sospendo il giudizio sugli altri, pur con qualche difficoltà.
Non ti nascondo però che penso a te a volte come uno strano amuleto magico il cui pulsare luminoso  permette ad altri di vivere una sorta di illusione che chiamano vita, ma probabilmente mi sbaglio.

E ogni tanto mi perdo nei mondi possibili nei quali ti ho accompagnato il primo giorno di scuola, ti ho scorrazzato in macchina subito dopo aver preso la patente o ti ho dato qualche consiglio su come comportati con la compagna di classe per la quale hai preso la prima cotta.
Sogno ad occhi aperti un legame di amore tra due adulti che condividono momenti ed esperienze. 
Ma pensare a ciò che "sarebbe potuto succedere se" lascia il tempo che trova.
 

Il mio regalo per te è tenerti oggi nel cuore e nella mente più degli altri giorni e prometto che prima o poi io e te faremo la pace e ci abbracceremo ancora. 
Questo posso fare oggi fratello. 

Auguri Federico.

giovedì 21 settembre 2017

LUNA ASCOLTAMI


Che sia il nodo lunare, che sia il repentino cambio di stagione, che sia il nuovo orario di lavoro… Bhè, non so bene quale sia la ragione, ma sono in un momento di difficoltà. Nel corpo, nella mente e nel cuore.

Questi due giorni, in particolare ieri, ma in realtà dallo scorso fine settimana, mi sento molto liquido, appesantito. Ieri ho pianto un lago di lacrime dense e salate e oggi mi sento comunque un gavettone pronto ad esplodere.
E’ difficile spiegare e raccontare la continua e costante eruzione di sentimenti, spesso antitetici tra loro, che percorrono il mio sentire. A volte ustionanti ed altre dannatamente ghiacciati. Momenti  incontenibili ed altri così vuoti da fare un eco terribile e infinito.
Scelgo con fatica dei percorsi, riconosco con immenso sforzo chi mi ama e mi sostiene. Mi dedico anima e corpo ad attività sterili per poi non avere energia per ciò che in teoria mi nutre e mi interessa.
Ma mi interessa veramente? Cosa mi interessa? Cosa fa vibrare le mie corde?
In realtà non lo so. Vorrei tanto avere qualche idea chiara ma ho solo dubbi. Su tutto. Ed è logorante. Nell’indecisione scelgo sempre l’azione rispetto alla stasi. Perché sono bravissimo a stare immobile e quindi ho già dato. Il movimento, per me, è sempre e comunque positivo, anche quando non incontro significato.

Sono anche in un momento di sfiducia, cosmica, universale. Pur raccontandomi favole e toccanti metafore, la verità è grezza e spigolosa. Non so affidarmi a nessuno. Scelgo di non fidarmi, ancora, ancora e ancora. Nonostante credevo di aver coltivato un  piccolo giardino di buoni sentimenti e intenzioni sono un cazzo di asfaltatore di terreni.  
Mi rendo conto che non avendo fiducia nel prossimo, nelle occasioni, nella vita in generale, non si può amare davvero.  Senza fiducia non si può amare nessuno. Mi posso ingannare con delle belle frasi, con immagini romantiche, ma nella realtà sono molto simile al signor Burns dei Simpsons senza il cash.

Mi ritrovo a contemplare, davanti allo specchio, un essere Ivano che pensavo aver abbracciato e accolto, ma in realtà solo rinchiuso e dimenticato. C’è in me un animaletto risentito, ferito e abbandonato. Un essere oscuro che rimugina su una vendetta contro tutti (in primis i poveri genitori poveri loro davvero) rosicchiando con i denti marci le sbarre arrugginite della sua prigione.
Mi piacerebbe essere finalmente adulto, pronto a dare veramente e capace di ricevere senza sentirmi in colpa, ma purtroppo sono ancora un mostriciattolo pieno di risentimento. Mi viene in mente il mio referente per eccezione, il mio alter ego, il Grinch. Però questa volta mi sento il piccolo Grinch,  quello pieno di tagli perché ha cercato di tagliare il pelo verde del suo volto per assomigliare ai suoi coetanei,  ma deriso perché diverso.  
Il piccolo Grinch, che digrigna i denti furioso e con lo sguardo pieno di odio e disperazione.

Ho imparato che per poter migliorare bisogna sapere dove si è nel presente, e in questi giorni, con immenso dolore e dispiacere, io l’ho scoperto. Ho spento il mega proiettore (anzi è andata via la luce) con immagini bucoliche e colori vivaci. Ho visto con orrore che sono ancora in una stanza grigia, da solo per scelta.

Che forse un ramo spezzato non si possa mai raddrizzare? Che marcire sia l’unico destino possibile? E’ il momento di riconoscere la mia grettezza e non cercare di essere qualcuno migliore? Oppure lottare, lottare, insistere e perdere ma continuare a cercare la luce che illumini l’oscurità che scelgo ogni giorno?

Mi rivolgo a te Luna, che tanto identifichi il mio essere non-luminoso ma riflettente… A te, che con i suoi nodi, crateri e misteri, mi rendi vivo anche se quello che sento non mi piace.
Luna che muovi le mie maree interiori, aiutami ad andare avanti a testa alta, nonostante il mio non sapere riconoscere e onorare chi mi vuole bene, nonostante sia più facile cedere ai miei impulsi autodistruttivi, nonostante la mia immaturità.
Nonostante il mio dolore a volte immenso.


Luna ascoltami mentre ti osservo in queste notti d’autunno.

lunedì 28 agosto 2017

IL MANTRA DEL DISTACCO.

Sono tornato dalle ferie già da una settimana, ma oggi mi sento veramente in lutto.
Oggi che hanno ripreso a lavorare i colleghi meno sfigati di me che si sono sparati 3 settimante, freschi e abbronzati;  pieni di energia e pronti a ricominciare. Io sono pronto per finire, per spezzare le catene come Dayneris Targarien e liberarmi dal giogo degli schiavisti di Meren.
Come si fa a tornare dalle vacanze con quel sorrisone stampato? Come si può ritornare in gabbia dopo aver volato libero? O non si riconosce la gabbia, o non si vola. Le cose sono due. Comunque io mi ritrovo qui, nella rassegnazione che ormai è mio scudo contro questa assurda perdita di tempo ed energie.

In lutto.

Dispiaciuto per aver perso quei magici momenti nei quali sono io a decidere a cosa dedicarmi. Sgrano un rosario di rimorsi ed uno di rimpianti mentre veglio sulla bara che contiene i resti di alternative possibili.
Sono vedovo della mia libertà, massacrata e uccisa dal sistema economico e dalla mia incapacità di creare e perseguire.

Ma anche io sono colpevole di rapimento e omicidio: ho sequestrato la mia capacità di sognare e dopo averla tenuta per mesi senza cibo e senza luce, l’ho lasciata morire miseramente.

Sono in lutto anche per quel senso del dovere e di ineluttabilità che mi faceva affrontare questa schiavitù con un sorriso. Tutti devono lavorare, bisogna guadagnare denaro, non puoi farci niente. Il mondo va avanti pistolero. 
O lo segui o rimani indietro.

Pur sapendo che si può sempre tentare (se fossi più deciso, se avessi un progetto concreto, se avessi abbastanza coraggio) continuo a camminare sullo stesso percorso incidendo un solco sempre più profondo che fra poco diventerà un tunnel, un loop temporale da ripercorrere senza via di scampo. Una ruota per criceti dove costruttore e roditore sono la stessa entità.

Sia chiaro che non sono disperato proprio perché so che una speranza c’è. La possibilità di cambiare esiste anche se non so assolutamente dove cercare. E anche se trovassi il posto giusto, la X sulla mappa, mi immagino come una scimmia che trova uno smart-phone nella giungla. Bello, ma come cazzo si usa? A cosa serve?

In questi giorni continuo a ripetere nella mia testa una frase di una canzone di Nina Zilli: la vita è una breve vacanza dall’eternità. E subito abbino questa grande verità (per me il mantra del distacco) ad un immagine di me gigante che cammina per città piccole piccole con la testa che supera le nuvole. E così riesco a ridimensionare situazioni e condizioni che altrimenti mi sembrerebbero quanto meno soffocanti e probabilmente troppo grandi da gestire.

Se siamo in una vacanza allora va tutto bene in fondo in fondo. E’ sulla superficie che si creano i problemi,perché per quanto possa convincermi di vivere nella Maya, nella grande illusione, mi perdo nelle piccole vicende che di significato non ne hanno. O forse si e io non so coglierlo.

E riprendo il “dopo ferie” un po’ disilluso, stanco e dispiaciuto ma mi sento anche un pò gigante, così,anche se schiaccio una merda con i piedi, non sento l’odore.
Che poi diciamocelo chiaramente. Ma come si fa a sembrare così soddisfatti e rinvigoriti dopo due settimane (se va benissimo tre) di contentino? Solo a me sembra un’immensa presa per il culo avere 2 settimane di ferie ogni 6 mesi di lavoro (a chi va bene oltretutto)?

Gente che l’ultimo giorno prima “della partenza” saluta i colleghi con abbracci e baci come se dovesse partire per sempre. E quando torna porta presenti e racconta esperienze vicine all’estasi della beata vergine quando la visitò l’arcangelo Gabriele. Ma un po’ di senso del reale no? Vi fate proprio vendere il sale benedetto da Vanna Marchi! E per favore! In realtà la mia è una critica invidiosa. 

Anche a me piacerebbe un sacco vivere l’emozione della vacanza pre-confezionata dove la sorpresa più grande che ti può capitare è fare un rutto improvviso per aver bevuto acqua frizzante troppo in fretta. Anche io vorrei aspettare le ferie come un bambino aspetta il Natale e dimostrare che più sono abbronzato più la mia vita ha senso.

Invece penso che il soggiorno nel villaggio turistico dove si torna ogni anno non sia un “VIAGGIO. Credo sia più uno spostamento di culo: dal divano alla sdraio. E non riesco a pensare che le due settimane siano solo briciole che ritrornano dopo aver passato un anno a sfornare km di baguettes.

Sono in lutto perché a volte mi sento l’ultimo uomo sulla faccia della terra che vede il mondo per ciò che è e non per quello che è meglio che sembri per non impazzire o far spruzzare il sangue delle mie vene tipo fontana di capodanno.

In realtà so che non sono da solo in questo mondo ricco di possibilità ma ricoperto da un sottile strato di cacate di uccello, ma oggi è il Lunedi del rientro e mi sento Calimero nel mondo dei cigni bianchi e un fottuto sopravvissuto ad un lavaggio del cervello di massa.

E così recito il mantra del distacco e ritorno con la testa tra le nuvole perchè va sempre bene, va tutto bene soprattutto quando non riesci a far nulla per cambiare qualcosa.

Dracaris.

lunedì 3 luglio 2017

POTA IL TUO BONSAI - tanti auguri a me e a te-

Oggi è il mio compleanno. 37 anni di vita. Come mi sento? Sfatto e stanco perché ieri ho pre-festeggiato in solitaria con troppo cibo e troppi film. 
Ma stamattina sono tranquillo. In questo preciso istante non ho aspettative, non credo succederà niente di particolare e non mi sento diverso da ieri. Mi sento sereno, grato di aver ricevuto i primi auguri da persone care, non molto contento di essere al lavoro, ma alla fine chissene. 

E’ un giorno normale, come gli altri, ma è anche un giorno molto speciale. Non so bene come spiegarlo però quest’anno non mi interessano festeggiamenti, men che meno ricevere regali o torte. Sto vivendo un mini-party dentro di me, un brindisi tra Ivano e Ivano insomma, un auto pacca sulla schiena e un “dai ci sei arrivato quasi integro..”

Sono incuriosito da questo numero, dalla mia età, dal mio essere adulto e dal modo nel quale io percepisco questo stare al mondo. Dentro di me c’è ancora un ragazzino, che non sa cosa vuole fare. E devo dire che questa sensazione è familiare e pacifica; probabilmente è l’ostacolo che mi fa stare in questa bolla di Peter Panismo ma è comoda. E soprattutto mi da speranza perché vedo ancora il mondo attraverso la lente caleidoscopica del possibile

 Mi interessa oggi, adesso, e so che quest’anno è successo  qualcosa. Forse è  solo  spuntato un nuovo ramoscello timido ed esile che si seccherà sacrificandosi per dare più energia al ramo principale del mio albero o forse e’ nato qualcosa di nuovo e duraturo. Una diramazione che con attenta potatura, potrà dare nuova forma alla mia chioma.  E’ l’anno della metafora con l’albero. Mai come oggi vedo la mia vita, le mie scelte e il mio possibile, come un bell’albero cicciotto con le sue radici che affondano nella terra e i suoi rami che si protendono verso il cielo.

Giusto ieri, alle porte della mia nascita, ho potato per la prima volta il mio bonsai, su indicazione di un caro amico che vive in Spagna e che è qui in Italia proprio in questi giorni.
-Ce l’ho anch’io questo bonsai, ma non lo poti? –mi chiede dopo  cena.
-Potare? Ma va! E’ già un miracolo che sia vivo!-rispondo basito dalla domanda.
-E allora cosa tieni a fare un bonsai ? Devi curarlo, dargli forma.-
-Ah, effettivamente in Karate Kid il maestro lo spiega come si debba fare con i bonsai, però non mi è mai venuto in mente. Ho così paura che muoia, che mentre cresce e fa nuove foglie non mi sogno nemmeno di sfiorarlo!-
E mentre parlo, mi immagino subito un parallelismo tra la mia situazione attuale e il mio bonsai. Quel cosa lo tieni a fare un bonsai, è stato registrato dal mio cervello come "ma cosa ce l'hai a fare una vita se non le dai la forma che vuoi?"

Così ieri, per la prima volta, ho deciso con coraggio di mettere mano alle forbici e decidere di dare una forma al mio albero.
Curioso ed interessante che il cosmo mi abbia regalato questa potatura alle porte del mio 38ettimo anno di vita. Al meno per me. In realtà colgo un regalo enorme, un insegnamento, una nuova occasione: dai forma alla tua vita, scegli e muoviti verso una direzione anche se ancora non esiste.

Ho sempre scelto gestendo quello che viene, poche volte decidendo prima un percorso. Ed ogni volta mi si chieda di dare forma alla mia chioma, rifuggo titubante perché è più semplice lasciare crescere come viene senza forzare. Ma capisco ora che non si tratta necessariamente solo di lasciar andare o forzare. Esiste anche il dare una direzione, progettare, muoversi verso, credere insomma in qualcosa che ancora non c’è.
Che è poi la fiducia che il seme ripone nella terra, dello spermatozoo nell’ovulo e del credente nella divinità.
Ieri, con la mano tremante mentre sceglievo di tagliare un bel ramo ciccione nella speranza che nascano nuovi rametti tra le fronde più basse, ho capito che è giunto il momento di rischiare qualcosa, di progettare e di affidarsi. Al proprio intuito e alla buona sorte.
E’ stato un instante magico intriso della mia volontà di dare nuova forma alla natura e di una fiducia nel cosmo che non lascerà morire l’albero ma anzi favorirà nuovi rami.

Anche io mi sento albero. Sono albero e giardiniere allo stesso tempo. E oggi ho iniziato a potare i miei rami.
Buon 3 Luglio.


lunedì 19 giugno 2017

SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO ESTATE

La collina dei cugis è in realtà più un pratone in cima ad un piccolo monte che si affaccia sul lago. Al centro c'è la nostra tanto amata casa, corpo materiale delle nostre anime che finalmente, dopo tanto cercare e lottare, possono condividere lo stesso spazio. Non è stato semplice trovare il coraggio di sognare, procurarsi le risorse per realizzare e incontrare questo posto. Ma, proprio quando stavamo per gettare la spugna, ce l'abbiamo fatta.
Era una vecchia fattoria in disuso, con una casa centrale spaziosa su due piani, con i muri spessi ed un fienile poco lontano.
Quando ci siamo entrati la prima volta era in pessime condizioni ma abbiamo voluto subito (soprattutto Margherita e Mariasole) andarci a vivere. Certo all'inizio non è stato facile ma trasformare quegli spazi abbandonati in casa nostra è stato un processo magico.

Mi sveglio presto come tutte le mattine ormai senza bisogno della sveglia. Il sole che spunta dalle montagne all'orizzonte illumina la stanza e per quell'ora il maledetto gallo Jack ha già iniziato il suo concerto. Siamo liberi dal dovere, ora viviamo solo nella volontà.
Come spesso accade mi giro stiracchiandomi e l'altra metà del letto è vuota. Che strano e piacevole scoprire il mio compagno il più mattiniero della famiglia quando prima aveva bisogno di 10 sveglie solo per aprire gli occhi!
Mi alzo senza fretta e mi infilo nel mio tutone. Siamo a metà Giugno ma ancora la mattina ha quel delizioso e rinvigorente freschino che solo in montagna si può godere. Saluto il panorama ringraziando il grande architetto per averci fatto incontrare questo posto magico.

Abbiamo deciso di tenere il carattere originale del casolare: muri grezzi e finiture in legno. I mobili li abbiamo recuperati, abbelliti e restaurati. Alcuni, anzi molti, li ha costruiti Cristian, che nel tempo è diventato un abile falegname.
Scendo le scale già sentendo profumo di caffè. E' un piacere camminare a piedi nudi sul pavimento di pietra fresco e ruvido per poi farsi coccolare dagli scalini di tiepido legno levigato.
La cucina è la parte che mi ha fatto subito innamorare di questo posto: abbiamo tenuto il vecchio lavandino enorme in ceramica con il suo rubinetto in ferro scuro. Sulla parete di sinistra c'è un enorme camino, di quelli vecchi, che ci si entra in piedi, vera anima della casa. Intorno ad esso abbiamo disposto divani e poltrone e le serate di inverno si perdono in racconti e risate o in semplice contemplazione.

Come spesso accade sono fortunato e la mega caffettiera (non mi ricordo chi l'ha portata) contiene ancora del caffè tiepido. Mi riempio la mia tazzona (ognuno di noi ha la sua tazza fatta da qualcun altro della famiglia come regalo di benvenuto alla collina cugis). La porta finestra è aperta e mi accingo ad uscire nel clima primaverile immaginando già chi incontrerò.
Daniela siede sul tavolone ricavato da un vecchio tronco. Siamo i "pigroni del gruppo", di solito gli ultimi due che fanno colazione. Tazza e sigaretta e il suo buongiorno, mi ricordano come sempre che tutto è come dovrebbe essere. E' ancora arruffata, spettinata eppure così bella persa in qualche strascico di sogno mentre assaggia il nuovo giorno. Sparpagliati sul tavolone ci sono fogli, appunti, immagini, disegni. Le do un bacio leggero sulla guancia. Stiamo lavorando al nostro secondo contorto, immenso, splendido romanzo. E la mattina è il momento che preferiamo per lavorare insieme anche se lei è più animale notturno. Daniela sa bene però, che prima di buttarmi sulle vicende dei nostri cari amati personaggi, io ho bisogno della mia passeggiata.

Lascio la cugi intenta a riorganizzare le idee per il nuovo capitolo e scendo i gradini di sasso che dal giardino di fronte a casa, portano un pò più in basso verso il campo ed il fienile.
Come immaginavo in lontananza sento l'abbaiare giocoso dei nostri cani. Sarebbe più appropriato dire che sono i cani di Gianni. Macchie pelose saltano e sbraitano tutti innamorati del loro vero e unico padrone.Ogni mattina, pur vivendo liberi entro i confini della nostra tenuta, Gianni li porta a correre e giocare, li controlla ad uno ad uno alzando orecchie, piegando zampe, ispezionando dentature e grattando pance. Ogni tanto li rimprovera ma più spesso li coccola e li abbraccia. Il mio compagno. Quante ne abbiamo passate insieme, quanti dubbi su dove andare e cosa fare, e poi alla fine eccoci qui io con le mie montagne e lui con i suoi cani. Ed ogni volta che lo vedo tra i suoi cuccioloni divini ( come dice sempre lui) mi sento investito da un torrente d'amore. All'inizio doveva essere un piccolo allevamento di bulldog francesi, una coppia per fare dei cuccioli, alcuni da tenere e altri da vendere. Ora di bulldog ne abbiamo 7; due labrador, tre husky, una coppia di pastori tedeschi e un san bernardo detto il cavallo. E qualcuno è in dolce attesa. Come capita spesso qui alla collina, siamo tutti in sintonia, come un macro organismo e  mentre io lo osservo in lontananza Gianni volta lo sguardo e mi saluta con uno di quei sorrisi che hanno il potere di cancellare anche l'incubo più terrificante.

Continuo la mia passeggiata lasciando sulla mia sinistra il campo aperto e percorro il sentiero per inoltrarmi nel rigoglioso giardino di Viviana e della sua apprendista Margherita. Viviana, amica del cuore, si è specializzata nel tempo nel creare un giardino da Eden e Margherita ha presto sviluppato talento e passione. Chiaro è che qui tutti facciamo un pò di tutto, ma ognuno di noi ha i suoi rituali per iniziare la giornata. Ed eccole, sporche e splendide dietro i girasoli in ginocchio sulla terra umida e scura il cui profumo intenso mi fa sempre ricordare mia madre. Cappello di paglia (identico per entrambe)  e pantaloni comodi zappano e strappano, piantano e innaffiano. Si guardano e sorridono mentre Viviana da indicazioni. Margherita segue i consigli ma si vede abile nel maneggiare bulbi e radici. Complici dee mentre creano un nuovo mondo. Osservo per qualche istante la naturalezza con la quale comunicano quasi senza parlare. Una fotografia dell armonia che può esistere tra uomo e natura.
Al centro del giardino Cristian e Daniele, hanno costruito un splendido gazebo in legno. Sul pavimento abbiamo messo tatami e un sacco di cuscini. E' splendido perdersi nella lettura di un buon libro circondato da quei colori e profumi che  il costante amore e la cura di Viviana e Margherita ci regalano.

Troppo prese dal loro lavoro non si accorgono di me e così io proseguo il mio cammino. Poco più avanti c'è il fienile che abbiamo trasformato in un paradiso per artisti. Abbiamo diviso l'immenso spazio in un laboratorio d'arte che chiamiamo l'officina ed una falegnameria soprannominata la tana dell'elfo. Qui Cristian ha tutto l'occorrente per trasformare il legno mentre l'officina è il regno di Daniele e da qualche tempo di Maria Sole nel quale si dedicano a scolpire, tagliare, modellare e dipingere. Il fienile è molto grande e abbiamo anche ricavato un bel salone per fare feste e concerti, laboratori e corsi vari. La collina è aperta a tutti. Il rumore di strumenti meccanici ed elettrici mi suggerisce che Daniele è già al lavoro. Mi fermo sul portone semi aperto e sbircio dentro: un grosso blocco di marmo occupa il centro della stanza mentre lui di schiena sta borbottando qualcosa mentre prende delle misure su un foglio. Anche di spalle Daniele ha un aspetto un pò burbero perso nei suoi calcoli mentre si agita perchè qualcosa non lo soddisfa. Io invece sorrido compiaciuto perchè sicuramente creerà qualcosa di bellissimo! Quasi sto per riprendere la mia passeggiata quando noto una figura muoversi nell'angolo opposto intorno al flessibile: eccola Mariasole, selvaggia con i suoi occhialoni da saldatrice, salopette di jeans e guanti troppo larghi mentre si prepara a tagliare un lungo tubo di metallo. Prima di accendere quel marchingeno infernale mi vede, mi fa il "rock and roll" con la mano (pugno chiuso con pollice, indice e mignolo alzati) tira fuori la lingua emulando uno dei Kiss e poi si immerge in un'eruzione di scintille! Nel rumore assordante riesco a farmi sentire da Daniele, che si gira con i suoi capelli color paglia, occhiali da professore e matita all'orecchio. Solo con il movimento delle labbra gli suggerisco" Occhio alla rocker per favore" indicando Maria Sole. Lui contrae i muscoli del viso verso il suo naso adunco nella sua solita espressione " Ma cosa me lo dici a fare? Ovvio, e lasciaci in pace" ma prima di tornare al suo "mestiere" mi fa un sorrisetto.

Continuo la mia passeggiata e proseguo verso la falegnameria immaginando il volto di Maria Sole in estasi tra lame e schizzi incandescenti.
La tana dell'elfo è l'ultima parte del fienile. Trovo Cristian che sta dando forma ad un sottile strato di legno: da qualche giorno è all'opera con la sua prima chitarra. Musica reggae in sottofondo, quello è il suo habitat: certo passiamo tempo anche nella saletta in taverna a fare musica ma qui è come vedere un uccello che vola libero nel cielo  o un pesce che guizza tra le acque limpide di un fiume. Se Daniela è la "mami" della famiglia, Cristian è il "babbo". Calmo e serafico, con il suo sguardo profondo che non giudica mai, oltre che essere un grande amico è anche un punto di riferimento silenzioso e stabile. Come un albero. La sua tana è una gioia per gli occhi: ci sono un sacco di antine, cassetti, sedie, sgabelli e casette per le bambole che vendiamo ai mercatini che organizziamo, cucchiai e bacchette magiche. Oggi noto però qualcosa di nuovo: un oggetto ingombrante è ricoperto da un lenzuolo."Dai cugi dai un occhiata ma non dirlo a nessuno" mi tenta Cristian. Senza farmelo dire due volte mi avvicino e alzo l'impolverato telo per scopro una bellissima culla di legno chiaro, con inciso un cuoricino rosso sulla testata. " E'ancora da finire" ci tiene a precisare. "Grande cug" dico entusiasta " sarà felicissima ma ti conviene nasconderla, qui ci sono troppi occhi curiosi". Eh si, Viviana, pur instancabile come sempre ormai è al settimo mese.... Fra poco la nostra famiglia sarà un pò più grande!

Lascio Cristian alla sua opera e giro intorno al fienile per ritornare al pratone dei cani per salutare il mio compagno. E' già sudato e sorridente come un bambino. Dopo avergli dato un abbraccio e offerto l'ultimo sorso del mio caffè, mi aggiorna sullo stato dei cani. Sono d'obbligo carezze, lanciare qualche rametto, e farsi leccare un pò. Posso ora ritornare sui miei passi guardando la nostra casa incorniciata da un cielo magnifico: finalmente so di essere al posto giusto con le persone giuste. La mia famiglia.

Perso in questo sentimento di gratitudine quasi inciampo su Lampo, la nostra pecora velocista che pensa di essere un cane e corre come un'indemoniata. "Ehi teppista!" le grido e lei si ferma un istante solo per guardarmi e dire con la sua espressione di sufficienza "eri tu sulla mia strada " per poi schizzare di nuovo verso il resto del branco.
Ritorno, ora completamente sveglio, al giardino davanti casa, mi siedo vicino a Daniela e incominciamo il nostro rituale:" tutto a posto in giro?" "Certo cug, tutto al suo posto!". "E" aggiungo oggi " fossi in te non andrei in officina perchè tua figlia sta creando". " Non dirmi che ci sta riprovando con la motosega eh?" mi chiede ad un tratto agitata. "No" rispondo " motosega no, però sta usando il flessibile!!!" " C'è lo zio Daniele almeno?" "Certo cug, c'è lo zione non preoccuparti!"
E con una risata ci buttiamo a capofitto nelle trame complesse del nostro racconto.

Così inizia una giornata qualunque, nel mio mondo non perfetto ma da sogno completamente soddisfatto di chi sono e di chi condivide con me tempo e amore.

Che sia di buon auspicio per tutti i cugis!!!!

LA POESIA DEL MALUMORE (ed è ancora Lunedi)

Oggi me ne vorrei andare, cambiare paese, ricominciare.
La casa che tanto mi faceva sognare ora è la sede di un incubo senza fine.
Fatture da pagare, spese da giustificare, una corsa estenuante per arrivare a fine mese. 
Ma è sempre una gara persa, non c’è competizione. E mentre corro perdo la speranza, e mi supera la rassegnazione.
Lavoro tutto il giorno con persone che preferirei non frequentare.
Svendo il mio tempo, regalo il mio impegno mentre tace la passione. 
Un vortice di voci fastidiose che sporcano il mio sentire.
E torno a casa la sera svuotato e spento senza energie da dedicare a ciò che amo fare.
Vedo poco la mia gente, nutro poco il mio cuore e sorrido stancamente qualche secondo ogni mille ore. 
E non trovo soluzione ma problemi a non finire, una montagna di scartoffie e richieste da riempire. Per far valere un solo diritto una guerra senza fine, i nemici con le lance io in mano una rosa con le spine.
E se prima almeno il cibo in casa non mancava, adesso è desolante vedere il mio frigo l’ultima settimana. 
Di un mese che diventa eterno quando si contano le monetine.
Un tempo che ritorna con sempre meno prospettive.
Mi rimane il sogno, la fuga con un libro o scrivere una canzone. 
Divagare con il pensiero,allontanarmi da una realtà con una magica pozione. 
Perché non c’è significato in ciò che mi costringo a fare. 
Sono schiavo del denaro e di un debito che non si può sanare.

Sogno una collina soleggiata, con un piccolo casolare. 
Qualche gallina e qualche anatra, forse due pecore, sicuro un cane. 
Sogno il cielo qui vicino e l’odore della terra al mio risveglio.
Sogno di vivere con chi amo padrone del mio tempo.
Sogno il semplice contemplare di questo regno stupendo. 
Lavorando nel significato e per sentirmi sempre meglio. 
Sogno tanto e vivo male e ogni giorno mi sento un po’ più asciutto. 
Di marmoreo minerale il mio cuore si è intessuto.


Ma ancora ho speranza perché so cos’è l’amore. 
So che è possibile creare e immaginare verità nuove. 
Oggi è solo un giorno nero ma che voglio ricordare.
Perché non voglio più piegarmi ai voleri di un re folle. 
Né tiranni né padroni a decidere i miei giorni. 
Voglio solo la mia gente, i miei fratelli i miei compagni. 
Una comunità di uomini per far crescere germogli. 
E cantare sotto il sole o intorno ad un focolare. 
Senza troppi giri di parole: voglio solo stare bene.