mercoledì 26 aprile 2017

FUOCO E FIAMME, FUOCO E FIAMME

Con oggi è una settimana giusta che sono ammalato...
Malattia seria, da stare a letto tutto il giorno, non mi capitava da anni.Oggi è il primo giorno nel quale l'ipotesi di una completa guarigione non sembra più una chimera irraggiungibile.

Io, fortunatamente, non mi ammalo quasi mai. Mi piglio qualche raffreddore, ci sono dei periodi dove ho una bassissima energia ma quasi mai cado a terra e ci rimango. E se mi viene la febbre vuol dire che il mio corpo ha bisogno di tanto riposo, fisico e mentale.

E così ho passato queste giornate tra deliri e imprecazioni, vivendo un tempo che si dilata e contorce al ritmo dei dolori ossei e sbalzi di temperatura corporea.
Quando sto male faccio strani e contorti sogni, i dormiveglia si trasformano in viaggi extra corporei in universi contorti e a tratti grotteschi.
Tutto si confonde, si ripete o si fissa in istanti fastidiosi che sembrano durare secoli. Raggiungo l'apice della malattia quando mi convinco che non guarirò mai più. Che rimarrò sempre in un stato di continuo torpore, tra letto e divano senza energie neanche per scaldare l'acqua per il riso in bianco.
Ma poi, ovviamente, si sente il richiamo alla vita, quel magico processo di guarigione che rimette le cose a posto. Dal ramo secco rinasce un fiore.

Di solito non mi piace prendere farmaci, ma da buon uomo cacasotto, quando il dolore è troppo o se lo sto sopportando da troppo tempo, allora cedo al chimico. Completamente.
In questi giorni ho preso: Oki per il mal di gola e mal di testa strazianti; antibiotico per le placche, tachipirina per la febbre, uno sciroppo con troppi ingredienti che finiscono in -INA per la tosse e pastiglioni per sintomi influenzali.
E capisco tutti i dipendenti da farmaci. In particolare l'OKI è una sorta di polverina magica. Dopo due notti insonni per mal di gola e tosse mi è bastato prendere una bustina e in 10 minuti dormivo come un angelo. Tutto sparisce e tu non devi fare niente per meritartelo..... Fantastico e terribile allo stesso tempo.
Ma le mie elucubrazioni febbricitanti non sono rivolte all'annosa questione omeopatia-allopatia. Dirò solo che in una società che vuole tutto e subito non ci si può prendere il tempo necessario ad una vera guarigione in armonia con il proprio corpo.
Al lavoro c'è gente che si presenta con 40 di febbre e le croste nel naso per dimostrare il loro attaccamento, dimostrando solo poco rispetto per sè stessi e mettendo in cattiva luce quelli come me che, se stanno male, davvero, se ne stanno a casa.
L'omeopatia richiede tempo, dedizione e grande amore. Ma soprattutto tempo. Che non ci è concesso. Stare male non è un diritto ma un lusso.

Comunque, questi giorni mi sono serviti per capire qualcosa sulla mia situazione attuale ed in generale ho capito che non posso non essere chi sono. Mi spiego meglio.
In questi mesi si sono presentate, soprattutto sul lavoro, situazioni per me fonte di grande stress.
Cercando di essere un me migliore, ho tentato di sviluppare un lato accogliente nei confronti di ciò che non tollero o comunque non mi piace e non condivido. Ho tentato di adottare la tecnica del "CHE CAZZO ME NE FREGA" nei confronti di persone e situazioni che cozzavano con il mio modo di pensare e gestire le relazioni.
Bene, il risultato è stato uno spegnimento della mia fiamma interiore. Il far finta di niente o sorridere quando dentro sentivo un'eruzione vulcanica pronta ad esplodere e invadere di lava tutto ciò che mi circonda, credo mi abbia fatto ammalare.
Se una persona mi sta sul cazzo non posso far finta che non sia così. Posso chiedermi perchè proprio lei, posso indagare personalmente su ciò che mi riflette, ma comunque mi sta sui coglioni e sto "bene" solo se questa persona lo sa. A prescindere dalle conseguenze. Mi sento falso e ipocrita sorridendo a qualcuno che riempirei di schiaffi.
Se ci sono atteggiamenti del mio compagno che mi fanno imbestialire, ho bisogno di farglielo sapere, con i miei toni burberi e poco accoglienti forse ma devo far uscire quest'energia altrimenti mi sento morire. E rispettando questa mia "esigenza" miglioro anche la relazione.
Io sono così: nervoso e a tratti intransigente, diretto e schietto. Odio i leccaculo, i falsi, quelli sorridono e pugnalano allo stesso tempo. Mi piace la chiarezza nelle relazioni di qualsiasi tipo. Anche se ciò comporta una non relazione. Per me essere sani vuol dire rispettarsi completamente.
Era da un pò di tempo che mi sentivo spento, smorto, senza stimoli di nessun tipo. E continuavo a chiedermi perchè.
Il motivo è che cercavo in tanti ambiti della mia quotidianità (primo fra tutti il cazzo di lavoro) di fare buon viso a cattivo gioco. Bhè fanculo il buon viso, e fanculo il cattivo gioco.
Se una cosa non mi piace io DEVO GRIDARLO AL MONDO INTERO. E non è una questione di orgoglio come pensavo, ma una questione di rispetto di sè stessi. E di giustizia. Io posso cedere a compromessi solo se in rispetto di chi sono.
Probabilmente non riesco a spiegarmi troppo bene, ma ho bisogno di fissare questo sentire per voltare pagina.

Il porgi l'altra guancia non fa per me. Se mi tiri uno schiaffo e te lo rido. Poi magari possiamo sederci e discutere sul perchè ci siamo pestati.
E proprio pensando a questa peculiarità del mio carattere che non voglio più opprimere ma abbracciare, ricordo che alcune delle più grandi amicizie sono nate proprio da questo attrito focoso. Ognuno ha il dovere di riconoscere e rispettare il proprio temperamento. Cercare di guidarlo e arginarlo a volte ma mai di cambiarlo umiliandolo.
Se uno è fuoco non può far finta di essere acqua.
E io sono fuoco, che mi permette di bruciare di passione ed indignazione. Fuoco che alimenta le mie emozioni e la mia creatività. Fuoco rabbioso  che a volte brucia senza ritegno e a volte scalda con amore.
E voglio bruciare fino al mio ultimo giorno.

martedì 18 aprile 2017

IL LABIRINTO DELL'INCAPACE

Me l’avevano predetto… quest’anno sarebbe stato strong… E al momento lo è tantissimo. Le difficoltà sono arrivate con il cambio di stagione, la primavera  ha richiesto un pegno: tutta la mia energia e la mia (poca) positività.

Ed ora mi trovo in seria crisi sia lavorativa che famigliare… Ho anche vissuto un momento intenso e triste con il mio compagno, ma grazie al cielo è servito solo a farmi rendere conto di quanto lo ami e voglia stare con lui. Gianni rimane un faro lontano per una nave in tempesta. Grazie mi amor.
La mia tranquillità d’animo è scomparsa completamente lasciando emergere spavaldi  Dubbio ed Pessimismo;  ma quello che più mi fa tremare le gambe e brillare gli occhi è il Vuoto. In questi giorni mi sento  svuotato e sembra che non abbia neanche voglia o forza di riempire di nuovo il buco. Forse ciò è quello che chiamano depressione. Il termine rende. De-pressione :  non sentire più quella pressione che delimita il tuo corpo, che ti centra, che ti dice che ci sei e dove sei.  Ho la sensazione di perdere fisicità, materia. Da compatto e solido ad un liquido informe . E, a proposito del liquido, in questi giorni ho la lacrima facile, salto da un dubbio ad un altro, la mia insicurezza è da quotare in borsa e non ho voglia di vedere nessuno. Olè, chiamatemi Dr. Allegria.

So che è un momento (spero), ho attraversato, come tutti, periodi difficili e ne sono uscito, ogni “morte” è strettamente correlata ad una “rinascita” ma mentre muori non pensi a che bella sarà la nuova vita!

Sento la necessità di un cambio, di un giro di vite di un’evoluzione personale. Non una fuga ad un altro paese, non un nuovo lavoro uguale al precedente.  Mi piacerebbe proprio una svolta, un nuovo inizio con un diverso sentire e una diversa prospettiva.  Sogno tanto una comunità autosufficiente dove quello che fai ti serve per vivere e nella semplicità scoprire la ricchezza della condivisione e di una vita in armonia con la natura.

Che poi magari pre-sento solo l’incombente conflitto nucleare che quei pazzi  imbecilli stanno organizzando o semplicemente la maturità mi rende meno flessibile e meno propenso al compromesso.  Ma ho paura di spezzarmi.
Giornate intense, di attesa, di disperazione a tratti e tanto tanto smarrimento.


giovedì 30 marzo 2017

VIBRAZIONI COSMICHE. Mandala meditativo: riscoprire la luce.


Portare la luce dall’oscurità, far emergere ciò che soggiace, perché, come ben sai, la luce non ha senso senza l’oscurità.

Questo il tema profondo del secondo incontro di mandala meditativo. Impegnativo, intimo, atavico e per me quasi impossibile.

Sono più abituato a coprire la luce con l’oscurità. Più bravo a negare che far emergere. E questo la dice lunga su chi sia io oggi. Molto interessante.

Iniziamo con una “meditazione ritmica”. Ognuno ha uno strumento percussivo, e, emulando il battito del cuore, viaggiamo ad occhi chiusi dentro di noi e indietro, fino a ricordare gli albori dei tempi. Terre vulcaniche e fuochi, caverne umide e belve feroci, primordiale vegetazione e misteri inspiegabili.  Tu-tum,  tu-tum , tu-tum. Daniela propone una frase da masticare durante la meditazione ma io non riesco a seguire le parole perché sono nel battito, nel ritmo, nella regressione antropologica. Non è la prima volta che mi ritrovo a sentire con forza e trasporto questa connessione potente ed intima  con l’origine dell’uomo.

Ritorniamo dal “viaggio” e siamo pronti per “mandalare”. Oggi utilizzeremo una tecnica particolare; il carboncino o fusaggine. Si tratta di gessetti neri, cenerosi, con i quali coloreremo un cerchio. Deve essere completamente nero, aiutandosi anche con le dita.

Noto una certa soddisfazione nel riempire il cerchio di un nero profondo e concentrato. il timido bianco rugoso del foglio sottostante sparisce ad una velocità pazzesca (che poi si contrappone alla lentezza del portare alla luce) e ritorno un po’ bambino nel sporcarmi prima di tutti il 90% della superficie delle mani. C’è chi usa un solo polpastrello, chi la punta delle dita e chi qualche dito insieme per spargere la grafite. Io, uso tutta la mano da palmo a falange. Sia la sinistra che la destra.  
E nel foglio bianco appare questa sfera nera, una luna in completa eclisse che suscita in me un certo fascino. Creata l’oscurità è nostro compito riportare la luce.  

A differenza di molte altre tecniche di disegno qui la dinamica è al contrario: per completare, per creare, non devo aggiungere ma togliere. Molto interessante il doppio rimando di quest’attività: per poter realizzare il mandala bisogna togliere, rinunciare alla pienezza del nero per arrivare all’apparente vuoto del foglio bianco.

Rinunciare per scoprire cosa emerge. E anche nella vita, per evolvere, per andare avanti e conoscere il nuovo bisogna sempre rinunciare a qualcosa.

Non posso non pensare ad un concetto filosofico  a me caro: per poter vivere pienamente  bisogna riguadagnare la luce dello spirito oscurato dalla compenetrazione con la materia.
E’ qui che meditazione, proprio-cezione e creatività s’ incontrano in un circolo “mandalico” potentissimo ed è proprio qui che io e Daniela vorremmo portare ad ogni incontro i partecipanti. Senza troppe spiegazioni, anticipazioni o cornici descrittive. Trovarsi a contatto con se stessi attraverso l’azione e semplicemente prendere nota di ciò che accade. O no. Potersi sentire nel momento e vivere la metafora del sentirsi attraverso una rappresentazione è il segreto dell’arte ed è il segreto dell’uomo. Intendo ora come si sia sviluppata questa capacità tutta umana; nata come un esigenza per dare forma a misteri tanto inspiegabili si è poi evoluta come possibilità di trasformare lo sconosciuto in conosciuto. Da qui i simboli e tutte le forme d’arte che ora per me assumono un nuovo significato: la rappresentazione dell’uomo nei suoi molteplici aspetti.

Nel mio caso, non sono riuscito a portare luce nella mia oscurità. Il nero ricopriva velocemente i pochi sprazzi di bianco che riuscivo a guadagnare con i miei polpastrelli luridi, che da una parte spostavano i piccoli granuli di carbone per poi farli tornare con un'altra ditata. Tutti gli altri partecipanti invece, in diverse forme, riuscirono senza difficoltà a far emergere la luce giocando con “l’ombra” nel creare alberi, fenici e motivi geometrici.

Io basito, insisto, tolgo e aggiungo, mi sporco, ci riprovo ma non emerge niente. Il nero ritorna in un grigio sporco che racconta quanto sia ancora imprigionato nella mia di oscurità, nei miei limiti e nelle mie credenze erronee. Il mio potenziale, la mia energia vitale, la mia luce ancora è nascosta dal nero delle mie paure e della mia insicurezza.

E alla fine emerge qualcosa: un mostro marino, un “polipone” forse. Una serie di linee curve che a qualcuno ricordano un simbolo tribale. A me non piace ciò che è emerso ma non importa. E’ significativo che mi ci riconosca perché è uno specchio nitido di chi e dove sia adesso.

E' confortante sapere che dietro l’oscurità, per quanto spessa e per quanto difficile da scansare, c’è sempre luce. A volte troppa.




martedì 28 marzo 2017

ALLA SCOPERTA DELLA MAGIA. MANDALA MEDITATIVO.



Come sempre all’inizio di un nuovo laboratorio sono un po’ teso, un po’ insicuro, un po’ dubbioso.
Quanta gente arriverà? Riusciremo a trasmettere la nostra idea? Piacerà? Torneranno?
Le attese per me, sono sempre violente, soprattutto quando cariche di aspettative. So che, quello che Daniela ed io immaginiamo, progettiamo e pianifichiamo è bello, significante e che non può fare altro che bene, eppure c’è sempre la possibilità dell’errata comunicazione. Il messaggio, nel suo viaggio attraverso la comunicazione, può subire cambiamenti.
 In realtà poi, mi fido del cosmo e sempre, quando entro nella Corte Dalì, incomincio di nuovo ad ascoltarlo. Verranno le persone che devono venire, come dice serafica  e pacifica Daniela.

Non posso non sentire la sacralità di un tempio all’interno della corte. Un tempio intessuto non di dogmi e rigore, di venerazione verso divinità vendicative. La corte è un tempio che si regge su colonne di condivisione e di uguaglianza. Varcata la soglia ci spogliamo dei nostri ruoli, si sciolgono le maschere e siamo solo esseri umani pronti a viaggiare insieme alla riscoperta di una spiritualità tanto intima quanto comune a tutti. Qualsiasi sia l’attività svolta si entra in uno stato di comunione  che nutre lo spirito e placa la mente.

Ma ritorniamo al laboratorio.
Prepariamo i tavoli, le sedie, predisponiamo i materiali, un po’ di fiori e piante che fanno colore e richiamano la circolarità dell’universo del quale il mandala è il rappresentante; che non manchi l’aroma del palo santo. Compassi e matite, pennarelli e pastelli.
Arrivate tutte le partecipanti, ahimè sempre l’unico maschio (uomini venite, non abbiate paura dell’incontro!), Daniela da una bella introduzione su cosa sia il mandala e su cosa vorremmo noi focalizzare l’attenzione. Io rimango con queste poche righe.
Mandala in sanscrito significa sia cerchio che centro. La forma sferica, circolare ,appartiene alla natura, all’universo, all’uomo. Il mandala è un’attività contemplativa e meditativa che porta dal micro al macro, dalla cellula alla galassia. Il nostro intento è quello di avvicinarci alla meditazione (pratica tanto umana quanto difficile da recuperare) attraverso il fare.
Ho conosciuto lo strumento del mandala molti anni fa, con Daniela. Ho un quaderno pieno di coloratissimi mandala fatti nell’arco di un anno molto intenso.

Abbiamo iniziato il laboratorio con 5 minuti di meditazione, anzi di contemplazione di un oggetto. L’idea era quella di avvicinarci alla sensazione meditativa e di assaporarne la difficoltà. La nostra mente è abituata a lavorare senza sosta, impilando e incastrando pensieri, programmando il futuro, ricordando il passato.
Stare nel presente, immersi completamente nel momento, sembra un movimento contro la nostra natura frenetica e dispersiva. Ma in realtà è uno dei segreti per la felicità.

Uno dei fantastici poteri del mandala è proprio questo: rimanere nel presente e fuori di sé, lavorando su di sé. Potrebbe sembrare un pensiero contorto ma il concetto è molto semplice. Possiamo lavorare su noi stessi solo quando noi non siamo soggetto ed oggetto allo stesso tempo. La facilità con la quale diamo un consiglio ad un amico sottende che solo vista dall’esterno, una situazione può essere compresa e se problematica, risolta.
Il mandala muove qualcosa dentro, mentre tracciamo le curve con il compasso, mentre disegnamo un fiore o mentre scegliamo l’accostamento dei colori e la forma che vogliamo fare emergere.
Fare un mandala, prima di tutto è terapeutico e curativo. Lo si può disegnare o cotruire, possiamo farne parte o possiamo cantarlo. Ci sono molte forme per realizzarlo. Attraverso il processo creativo (in generale qualsiasi, in particolare con il mandala)  la nostalgia del passato e l’ansia per il futuro allentano la presa sul nostro sentire fino a scomparire, come nuvole che si allontano lasciando solo un cielo azzurro e sereno.

I primi mandala sono quelli un po’ più difficili forse perché, quando si disegna, noi abbiamo la cattiva abitudine di dover fare qualcosa di bello e non qualcosa di vero (per noi stessi ovviamente). In generale nell’arte, quando si vuole fare qualcosa che piaccia, che rispetti dei canoni, non si crea ma si copia o si imita. Solo liberandoci dei limiti estetici possiamo creare. La creazione vera e sincera coincide quasi sempre (anzi sempre direi) con la bellezza.
Anche io, Martedi, pur avendo fatto centinaia di mandala, ho iniziato con l’ansia da bel lavoro. “Sono quello che ne ha fatti di più qui dentro, forse dovrei far vedere qualche tecnica particolare, forme geometriche e disegno libero, come uscire fuori dal cerchio” e altre paranoie; ma poi il mandala mi ha portato dentro di me. La mia voce interiore si è zittita e ho incominciato a disegnare, seguendo un flusso armonico, senza pensiero. Come una corrente dall’interno verso l’esterno ho creato curve e triangoli, ho disegnato fiori e ho fatto ordine.

Antropologicamente, i simboli sono molto potenti, direi uno strumento divino. Dall’albore dei tempi, il cerchio, la spirale, la curva e poi le figure geometriche erano la rappresentazione di fenomeni naturali e misteriosi. E per quanto non ce ne accorgiamo più, anche oggi, questi “segni” agiscono in noi. Abbiamo bisogno di riappropriarci della magia che ci circonda e che abbiamo dentro di noi.  

Il mandala cura. Il mandala è magico.

Provare per credere. Disegnare un mandala quando si è arrabbiati, confusi, tristi, disperati, porta ad un cambiamento. Non sarà la polverina magica di Pollon, ma è un solido strumento di auto-centratura e quando si è centrati è più difficile essere spostati dai venti impetuosi delle nostre giornate.


Namastè.

martedì 21 febbraio 2017

STAGIONE DI CACCIA


AAA cercasi ispirazione. Dopo aver stipulato un accordo con la Volontà per incominciare a scrivere dei racconti, sono alla disperata ma soprattutto divertita ricerca di ispirazione. Così come sono ispirati i miei blog (nel senso che nascono da un idea o un esperienza  e poi vomitati fuori a getto tipo esorcista) ho bisogno che anche un racconto sia ispirato. 
Che si accenda quella luce, quel lampo improvviso che  indichi la direzione da prendere. Il cammino poi si aggiusta passo dopo passo.

Sono emozionato, incuriosito, elettrizzato. Un po’ frustrato perché ho incominciato 3 o 4 racconti ma nessuno mi apparteneva, nessuno era ispirato. Il cosmo ancora non mi ha sussurrato all’orecchio la mia storia. Ma “chissene” no? No ho fretta e questa  apertura, questo avere i sensi all’erta, pronto allo scatto come un giaguaro mi piace. Mi piace molto.
Ora sono libero da pretese e aspettative: non mi interessa scrivere un romanzo (mi piacerebbe un sacco ma al momento non ne sono in grado), o scegliere un genere preciso. Non so ancora che tipo di scrittorie sia. Voglio cogliere il mio personale punto di vista attraverso una storia che non sia necessariamente personale.
Breve o lungo che sia, che tratti di persone o di animali, di temi profondi o di leggerezze sono disponibile a tutto pur di scrivere con onestà, impeto e intensità.

Da ieri è incominciata la caccia alla storia.

In palestra ad esempio, invece  che perdermi nel jazz mentre sudo e impreco contro il trainer che mi ha fatto la scheda, ascolto i discorsi delle signore sul tappeto mentre camminano in salita e usano slang da giovani per sentirsi in forma anche nel lessico; mi avvicino con non curanza ai finti maschi alpha che guardandosi attraverso gli specchi parlano di figa e pastiglioni. Osservo gli atleti più disciplinati che sono completamente immersi nel corpo e nel respiro. Ascolto i discorsi degli studenti che si ritrovano più per socializzare che per allenarsi. Ma direi che la palestra non è forse il luogo migliore per cercare ispirazione. Chi può dire però quale sia? E’ un po’ come il gioco dei Pokemon sul cellulare. La mia storia potrebbe nascondersi da qualsiasi parte.
Anche quando sono in macchina, di solito concentrato sui vocalizzi o nell’ascolto di qualche brano, cerco di osservare il paesaggio umano e non: spero di incontrare un espressione, un atteggiamento, una situazione che accenda la luce sul mio primo soggetto.

In realtà sono sempre stato un estimatore del PEOPLE WATCHING. Mi interessa un sacco osservare la gente nelle loro dinamiche e credo che questa passione possa essere strumento per poter scrivere il mio primo racconto da adulto. Si, perché di racconti ne ho scritti un sacco da ragazzo. Li custodisco come tesori e ho anche pensato di partire da uno di quelli per poi sviluppare un idea più complessa, ma mi sembra di rubare ad un bambino. Voglio scrivere da adulto, adesso, con questo processo che richiede METODO e PAZIENZA, qualità che entrambe entrano all’ultimo secondo sul treno del mio essere. Immagino tutte le parole e aggettivi che mi caratterizzano in una metropolitana  affollata e che Metodo e Pazienza corrono trafelati giù dalle scale e si tuffano tra le porte che si stanno chiudendo schiacciati tra il vetro e Indolenza , un’obesa parolona che non li permette di muoversi per trovare un posto più comodo.

Insomma, evviva la ricerca, la sperimentazione l’attesa attiva. So che per trovare qualcosa non bisogna focalizzarsi sulla ricerca ma sull’apertura all’incontro.

Al momento sono aperto come una finestra su una bella alba infuocata.


Nasconditi pure dove vuoi storia, perché ti troverò comunque!

domenica 19 febbraio 2017

LE ASTRAZIONI PERICOLOSE

Quanto tempo dall'ultimo blog... In realtà non mi interessa tanto la continuità anche perchè mi sono reso conto che ogni blog che scrivo è una tessera di puzzle che incastro nella complessa immagine della mia conoscenza. E, una volta inserito, ho bisogno di tempo per contemplare ciò che emerge, ciò che si incomincia a intravedere e sentire che è parte di me.

Mi rendo conto che tutto quello che faccio è propedeutico ad una maggiore conoscenza di me stesso. Sono sempre più affascinato dall'universo interiore dell'uomo, di me in particolare ma anche degli altri. Direi che è più semplice conoscersi attraverso gli altri. Come tante volte ho già scritto ci sentiamo tanto individui ma in realtà sviluppiamo a grandi linee gli stessi meccanismi di difesa e cerchiamo tutti una sempre più inconsistente felicità in quanto astrazione di qualcosa che non si conosce.

Ho letto ieri una frase di Carl Jung  (per caso mentre facevo una ricerca sul mandala) che ha sistemato verbalmente qualcosa che già sentivo dentro me. A grandi linee diceva che più un uomo è civilizzato nel senso di strutturato (sia nella società che nell'individualità) più si allontana dall'istinto, dal vero e dal semplice. Se da un lato la civilizzazione ha portato materialmente del benessere, dal punto di vista dello spirito, a mio avviso e da quanto ho voluto cogliere da ciò che ho letto, abbiamo perso il focus, spostandoci dall'essenza vera ad una serie di astrazioni che non portano a nulla se non all'indecisione, all'uniformità con regole e leggi create ad hoc per controllare e dirigere. Da qui la grande crisi spirituale dei nostri tempi, il vuoto che tanti di noi sentono e non sanno spiegare. La ricerca di soluzioni all'esterno perchè l'interno è troppo stratificato per raggiungere il centro. Prima (non so definire con esattezza storica un prima) forse si moriva per una polmonite ma tutto era più permeato di umanità, il contatto era più diretto, la connessione più semplice. Ora ci preoccupiamo solo della connessione internet.

Sono in un momento di forte presenza. E' altresì presente un'esigenza ad allontanarmi da me stesso, una forza che vuole che io sia cieco e sordo al richiamo del mio mondo interiore ma so che è solo una richiesta del tempo in cui vivo, una voce esterna. Oggi sono affascinato dall'interno. L'interiorità che permette di riscoprire quella connessione con gli altri e con l'universo. E senza astrarre troppo, cerco di sgomitare tra le coperture e le strutture esterne delle quali scopro essere ricoperto, scoprendo in una parola un tesoro: semplicità.
Semplice è sentire se siamo in ascolto, semplice è vedere se abbiamo gli occhi aperti ed uno sguardo curioso. Semplice è incontrare se siamo pronti a ricevere e chiedere. Non vorrei si confondesse il mio concetto di semplicità con aggettivi qualificativi come bello e brutto. Può essere, anzi molto spesso è così che ciò che senta, incontri o veda non mi piaccia ma ora, l'interesse è volto al vero.
Ieri ho imparato che per poter sapere dove voler andare bisogna esattamente sapere dove si è e non dove si vorrebbe essere. Direi che è un concetto semplicissimo eppure non l'avevo mai intuito. Certo la ragione era al corrente che se c'è un arrivo ci deve necessariamente essere una partenza ma il mio cuore (inteso come centro dei sentimenti e motore spirituale) no. Realtà invece che astrazione. Lo scarto necessario è accettare dove siamo anche se non ci piace e da li progettare i nostri movimenti. Come faccio a raggiungere un qualsiasi obiettivo se non so dove sono ora, adesso?

Adesso mi sento in una posizione privilegiata, perchè ho i sensi all'erta. Non so dove voglio andare, non ancora, ma da buon esploratore sto perlustrando con accuratezza dove sono. Non ho fretta, ma sono deciso, mentre spolvero una pietra che nasconde una vecchia anfora.
Conoscendo il mio presente posso provare a rielaborare il passato e investire nel futuro. Fino ad ora mi rendo conto che io ero sempre da qualche altra parte.
Ho capito ad esempio dal qui e dall'ora che il mio non sentirmi mai in diritto di nulla, la mia bassissima autostima, la mia predipsosizione al fallimento proviene da un eredità genetica, dal passato. E sapendo che è un lascito, un passaggio di testimone, posso anche scegliere di lasciarlo in un angolo e non portarlo con me nel futuro. C'è e ci sarà sempre quella voce che mi dice "non vali nulla" e probabilmente incontrerò persone che specchiano questa mia modalità, ma sapere che è una valigia che prima era di qualcun altro mi permette di non aprirla e di non portarla con me.

Mi piace scrivere, mi alimenta, mi fa sentire completo. Come cantare. Il blog fino ad'ora è stato il mio terapeuta, il mio scrigno del tesoro dove depositare le mie intuizioni, le mie verità, ma mi rendo conto che, per quanto riguarda l'esercizio della scrittura è anche il mio rischio assicurato. Continuerò a coltivare quest'orto perchè la verdura che raccolgo la trovo molto saporita e nutriente, ma sento che è arrivato il momento di sentirmi in diritto di scrivere per creare e non solo per riflettere.  Può anche darsi che io non sia uno scrittore, ma ciò non toglie che mi possa divertire a farlo comunque. Non mi sento in diritto di farlo, ma ho capito che questo è un mio limite. Di fatto non mi sento in diritto di niente: di cantare, di scrivere, di avere un bell aspetto, di essere comprensivo, amorevole etc. E per quanto i miei geni gridino all'unisono NON SEI CAPACE  io SO, ADESSO, che ho il diritto di farlo comunque e che molto probabilmente si sono capace di fare un sacco di cose e di farle bene. Ecco , l'ho scritto, e mentre lo facevo prendevo un profondo respiro. E' una mia verità. Il corpo non mente, la mente si.

La creazione di qualcosa di nuovo è assai complesso, è una sfida. Come lo scalatore che inizia l'allenamento in una palestra per poi affrontare la prima vera parete di roccia, ora mi sento pronto (e intimorito) per poter iniziare a raccontare qualcosa che sia al di fuori di me (almeno in parte).  Posso scrivere e lo farò. E se scriverò banali racconti saranno comunque i miei racconti e l'arte prenderà un giorno il posto dell'esercizio. Per il momento scrivo perchè scrivere è parte di ciò che sono. E ne ho il diritto.
Buona lettura a tutti.

giovedì 24 novembre 2016

IL SARTO SALAMANDRA

Anche oggi sveglia dopo poche ore di sonno: una manciata di minuti sparsi tra riflessione, dormiveglia e svenimento. Mi sono svegliato comunque energico, pieno, perché ieri, forse più  delle altre volte ho ricevuto tanto. 
Oggi mi sento un po’ guerriero non belligerante, o un viandante bello deciso sulla direzione da prendere. Guerriero nell’atteggiamento, pronto a tutto, viandante nell’azione. Cammino, sicuro, ed inizio ad avere la sensazione di lasciare un’impronta.  

Mi sento in fase di completamento: è strano da scrivere, per me che ho spesso vissuto al bordo e al di fuori. Nella continua ricerca di un posto nel mondo, credo di essere nella zona del "fuochino". Uno spazio tiepido per capire chi sono anche attraverso ciò che faccio. Incomincio a percepire un centro dentro di me che mi ancora al terreno e non sono più così tanto in balia del vento. Da ramoscello le mie radici mi permettono di trasformarmi in arbusto. Mentre i miei rami possono tendere al cielo. O così voglio pensare.
Ieri c’è stato un altro incontro con il laboratorio di scrittura creativa. Mai il mio tempo è stato investito così bene. E quella situazione è uno specchio (uno dei tanti) della mia vita in questo momento. Lì sono un po’ partecipante e un po’ conduttore, un po’ mi lascio andare e un po’ osservo e  mi nutro. Durante il laboratorio riesco, a fatica, a spostare il focus sugli altri. E si ripresenta il mio sull’egoismo ed il tema della libertà. Mettersi da parte per lasciare spazio a qualcun altro fa bene. Fa bene a me ovviamente che pecco di troppo egocentrismo. Strano ma è come trovare un centro spostandomi dal mio. Trovare una posizione comoda e finalmente dire ah, credo che sia il mio posto. Non più trono di spade ma soffice poltrona.

Gli anni passati a martoriare e indebolire la mia autostima mi hanno portato a rifiutare spesso il confronto, la vicinanza, lo scambio. Sono scappato tanto di quelle volte che potrei essere un velocista olimpionico. E questo tema del correre via si insinua in me dando una nuova chiave di lettura alla mia impossibilità fisica di correre (ho avuto un problema circolatorio alla gamba sinistra, squartamento chirurgico, cicatrici da pirata o gladiatore e gamba rincoglionita). Pensavo che fosse solo un suggerimento cosmico per prendere il mio tempo nel fare le cose, senza precipitare ma gradualmente avvicinarmi e godere di più il momento. Ma forse non era solo quello. Intuisco ora che si trattava anche di  un invito a non scappare più via ma a rimanere, senza scuse e senza pretese, dove in qualche modo, scelgo di stare (scegliamo sempre, anche quando ci sembra di subire l'ira degli dei). 

Ritorna spesso e oggi colgo questa mia sfuggevolezza, questa mia capacità di rendermi “viscido” come un’anguilla e non poter essere afferrato.
La prima persona che mi ha fatto stare è ovviamente Gianni. Prima di lui ci sono state persone che mi hanno fatto incontrare con il mio essere anfibio, ma lui ha spezzato la maledizione e da anguilla sono diventato salamandra. Un buon passo avanti. E di passi da fare ne vedo ancora tanti e sono così contento di aver voglia di farli, con il mio ritmo ma con decisione e fiducia.

Nella mia testa e nel mio petto riecheggia anche la parola libertà, che negli ultimi post sento la necessità di menzionare. Mi sento sempre più libero di dire ciò che penso, di fare ciò che mi sento, anche di pentirmene subito dopo magari. Non cammino nel giusto, ma cammino nel vero del mio presente. E mi interessa sbagliare, confrontarmi , imparare se possibile seguendo sempre quella voce interiore che finalmente ha un volume percepibile dal mio cuore. Sono più libero del pensiero altrui, del giudizio, delle analisi. Soprattutto se mi riguardano. 
36 anni, la maggior parte dei quali passati nella sensazione del difetto, dell'inadeguatezza. Questo sentire corrosivo nel tempo è diventato un compagno fedele, un parassita con il quale mi riconoscevo. Ora cerco di liberamene, sentendo che un pò si sgretola al vento come terra secca. 

Finalmente, dal groviglio di lana nera stanno uscendo dei bei fili colorati che si districano e si muovono per il mondo. Onorare i propri talenti in maniera personale e vera, sentirsi in diritto di parlare, dissentire, cantare, giocare, amare e condividere; osservare, contemplare o semplicemente stare in disparte. Avere la possibilità di credere, rinunciare, impegnarsi, resistere e combattere senza bisogno di ferire per continuare a tirarsi sempre più fuori da un contenitore che ci costruiamo durante tutta la vita e che quasi sempre è troppo piccolo e scomodo.

Il laboratorio di scrittura creativa si sta rivelando per me anche un corso di formazione. Un percorso iniziatico che condivido con belle anime che non si tirano mai indietro e che hanno voglia di darsi completamente. Persone che insegnano mentre imparano e la verità è così luminosa che a volte devo distogliere lo sguardo.In una serata vivo tante sensazioni diverse, complesse, contrarie. A volte incontro un mio sentire che crea ostacoli invece che scorciatoie ma mai me ne vado con le tasche vuote.  Imparo o riconosco sempre qualcosa su me con gli altri. 

E’ difficile stare con se stessi, senza distrazioni, ma per me è difficile anche stare con gli altri. Difficile nel senso di impegnativo e ricchissimo allo stesso tempo. Come stare davanti ad un banchetto regale, con così tante pietanze diverse da aver paura di fare indigestione. Ed è anche come una sala degli specchi piena di mie immagini somiglianti anche se non le riconosco tutte. C’è così tanto, così diverso (e uguale per certi versi) che non c’è spazio per "il me", per il mio amico ego.E ne soffro. Mi capita ancora (arg) il paragone tra me e gli altri. Così il soggetto sono comunque io.
Ed è un po’ come cercare il principe azzurro e paragonarlo ad ogni uomo che frequentiamo. Il principe è sempre meglio. Io sono sempre meglio. Ma così facendo si perde la magia. Capisco che nell'incontro, può anche essere leggero e leggiadro. Si può toccare, sfiorare, vedere la propria identità e quella di qualcun altro senza il bisogno di avvinghiarcisi dentro. Si può incontrare senza giudicare. La magia della connessione con altri esseri  umani sta proprio, secondo me, nella possibilità di vedere altri mondi, anche senza il bisogno di compenetrarli. E non puoi essere spettatore, o meglio regista, se vuoi essere anche protagonista.

Ciò che c’è, in relazione con gli altri, si scontra sempre con ciò che io ho previsto ci DEBBA essere. Ha poco senso, anche grammaticale noto, ma le mie repentine delusioni accadono perché la mia aspettativa non si compie. Sono un oracolo che crede solo nelle sue visioni senza accogliere la meravigliosa possibilità del mistero che le altre persone possono portare nella mia vita. Sono un lavoratore minuzioso, un sarto che confeziona vestiti e obbliga gli altri ad indossarli. E qualcuno, pur di starmi vicino lo fa pure. Mi dispiace. 
Taglio e cucio e stringo e se il comportamento esula dal travestimento, sguscio via.Mi rivedo in questo momento in tante situazioni dove ho preferito rimanere solo perché sapevo esattamente cosa sarebbe successo. Orribileeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee e tristeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Ma vero, lo vedo, lo riconosco, lo accolgo e cerco di mediarlo, perché stare con gli altri, in alcune situazioni mi piace e sempre arricchisce.

Si diventa più umani non solo quando si progredisce, ma quando ci si riconosce. Anche in qualcosa che non ci piace. E’ curioso come alcuni movimenti portino ad altri di diverso tipo. La flessione porta alla riflessione. I rimandi e i messaggi criptati che le nostre giornate ci regalano improvvisamente, da rebus indecifrabili, si trasformano misteri svelati. 

La bella serata di ieri si è conclusa con un viaggio in macchina con una persona speciale, un’affinità elettiva, amica e mentore. Una pazza gioiosa con la quale, tra presenze e assenze, risate sganasciate e silenzi, condivido 14 o 15 anni della mia vita. C’è apprendimento, c’è collaborazione, tanta intesa, immenso affetto e non posso fare altro che dire grazie CUG, dal profondissimo del cuore per tutto il tempo trascorso, per le occasioni e l’indulgenza; non per ultima per questa grande possibilità di abitare uno spazio condiviso tanto bello e potente.

Un incontro, con la cug, che ha segnato e dato una svolta alla mia vita. Una relazione sempre in movimento, in evoluzione, a volte in crisi ma mai per davvero. Un punto di riferimento, uno dei pochi nella mia vita, nel bene e nel male. Negli anni le ho girato intorno, l’ho evitata, criticata, amata, temuta. Ora è il momento in cui la scelgo per quello che è senza etichette e senza limiti. Perché è famiglia, divertimento, crescita e lavoro. 

 E perché è ora di accogliere chi abbiamo intorno completamente senza porre limiti. Essere liberi per me, oggi, significa permettere agli altri di essere se stessi.  E mentre scrivo penso a Gianni, Vivi, Ilaria, Daniele (entrambi) e altri con i quali ho dipinto e dipingo oggi l’affresco della mia vita.
Grazie.Davvero.Grazie.