giovedì 30 marzo 2017

VIBRAZIONI COSMICHE. Mandala meditativo: riscoprire la luce.


Portare la luce dall’oscurità, far emergere ciò che soggiace, perché, come ben sai, la luce non ha senso senza l’oscurità.

Questo il tema profondo del secondo incontro di mandala meditativo. Impegnativo, intimo, atavico e per me quasi impossibile.

Sono più abituato a coprire la luce con l’oscurità. Più bravo a negare che far emergere. E questo la dice lunga su chi sia io oggi. Molto interessante.

Iniziamo con una “meditazione ritmica”. Ognuno ha uno strumento percussivo, e, emulando il battito del cuore, viaggiamo ad occhi chiusi dentro di noi e indietro, fino a ricordare gli albori dei tempi. Terre vulcaniche e fuochi, caverne umide e belve feroci, primordiale vegetazione e misteri inspiegabili.  Tu-tum,  tu-tum , tu-tum. Daniela propone una frase da masticare durante la meditazione ma io non riesco a seguire le parole perché sono nel battito, nel ritmo, nella regressione antropologica. Non è la prima volta che mi ritrovo a sentire con forza e trasporto questa connessione potente ed intima  con l’origine dell’uomo.

Ritorniamo dal “viaggio” e siamo pronti per “mandalare”. Oggi utilizzeremo una tecnica particolare; il carboncino o fusaggine. Si tratta di gessetti neri, cenerosi, con i quali coloreremo un cerchio. Deve essere completamente nero, aiutandosi anche con le dita.

Noto una certa soddisfazione nel riempire il cerchio di un nero profondo e concentrato. il timido bianco rugoso del foglio sottostante sparisce ad una velocità pazzesca (che poi si contrappone alla lentezza del portare alla luce) e ritorno un po’ bambino nel sporcarmi prima di tutti il 90% della superficie delle mani. C’è chi usa un solo polpastrello, chi la punta delle dita e chi qualche dito insieme per spargere la grafite. Io, uso tutta la mano da palmo a falange. Sia la sinistra che la destra.  
E nel foglio bianco appare questa sfera nera, una luna in completa eclisse che suscita in me un certo fascino. Creata l’oscurità è nostro compito riportare la luce.  

A differenza di molte altre tecniche di disegno qui la dinamica è al contrario: per completare, per creare, non devo aggiungere ma togliere. Molto interessante il doppio rimando di quest’attività: per poter realizzare il mandala bisogna togliere, rinunciare alla pienezza del nero per arrivare all’apparente vuoto del foglio bianco.

Rinunciare per scoprire cosa emerge. E anche nella vita, per evolvere, per andare avanti e conoscere il nuovo bisogna sempre rinunciare a qualcosa.

Non posso non pensare ad un concetto filosofico  a me caro: per poter vivere pienamente  bisogna riguadagnare la luce dello spirito oscurato dalla compenetrazione con la materia.
E’ qui che meditazione, proprio-cezione e creatività s’ incontrano in un circolo “mandalico” potentissimo ed è proprio qui che io e Daniela vorremmo portare ad ogni incontro i partecipanti. Senza troppe spiegazioni, anticipazioni o cornici descrittive. Trovarsi a contatto con se stessi attraverso l’azione e semplicemente prendere nota di ciò che accade. O no. Potersi sentire nel momento e vivere la metafora del sentirsi attraverso una rappresentazione è il segreto dell’arte ed è il segreto dell’uomo. Intendo ora come si sia sviluppata questa capacità tutta umana; nata come un esigenza per dare forma a misteri tanto inspiegabili si è poi evoluta come possibilità di trasformare lo sconosciuto in conosciuto. Da qui i simboli e tutte le forme d’arte che ora per me assumono un nuovo significato: la rappresentazione dell’uomo nei suoi molteplici aspetti.

Nel mio caso, non sono riuscito a portare luce nella mia oscurità. Il nero ricopriva velocemente i pochi sprazzi di bianco che riuscivo a guadagnare con i miei polpastrelli luridi, che da una parte spostavano i piccoli granuli di carbone per poi farli tornare con un'altra ditata. Tutti gli altri partecipanti invece, in diverse forme, riuscirono senza difficoltà a far emergere la luce giocando con “l’ombra” nel creare alberi, fenici e motivi geometrici.

Io basito, insisto, tolgo e aggiungo, mi sporco, ci riprovo ma non emerge niente. Il nero ritorna in un grigio sporco che racconta quanto sia ancora imprigionato nella mia di oscurità, nei miei limiti e nelle mie credenze erronee. Il mio potenziale, la mia energia vitale, la mia luce ancora è nascosta dal nero delle mie paure e della mia insicurezza.

E alla fine emerge qualcosa: un mostro marino, un “polipone” forse. Una serie di linee curve che a qualcuno ricordano un simbolo tribale. A me non piace ciò che è emerso ma non importa. E’ significativo che mi ci riconosca perché è uno specchio nitido di chi e dove sia adesso.

E' confortante sapere che dietro l’oscurità, per quanto spessa e per quanto difficile da scansare, c’è sempre luce. A volte troppa.




martedì 28 marzo 2017

ALLA SCOPERTA DELLA MAGIA. MANDALA MEDITATIVO.



Come sempre all’inizio di un nuovo laboratorio sono un po’ teso, un po’ insicuro, un po’ dubbioso.
Quanta gente arriverà? Riusciremo a trasmettere la nostra idea? Piacerà? Torneranno?
Le attese per me, sono sempre violente, soprattutto quando cariche di aspettative. So che, quello che Daniela ed io immaginiamo, progettiamo e pianifichiamo è bello, significante e che non può fare altro che bene, eppure c’è sempre la possibilità dell’errata comunicazione. Il messaggio, nel suo viaggio attraverso la comunicazione, può subire cambiamenti.
 In realtà poi, mi fido del cosmo e sempre, quando entro nella Corte Dalì, incomincio di nuovo ad ascoltarlo. Verranno le persone che devono venire, come dice serafica  e pacifica Daniela.

Non posso non sentire la sacralità di un tempio all’interno della corte. Un tempio intessuto non di dogmi e rigore, di venerazione verso divinità vendicative. La corte è un tempio che si regge su colonne di condivisione e di uguaglianza. Varcata la soglia ci spogliamo dei nostri ruoli, si sciolgono le maschere e siamo solo esseri umani pronti a viaggiare insieme alla riscoperta di una spiritualità tanto intima quanto comune a tutti. Qualsiasi sia l’attività svolta si entra in uno stato di comunione  che nutre lo spirito e placa la mente.

Ma ritorniamo al laboratorio.
Prepariamo i tavoli, le sedie, predisponiamo i materiali, un po’ di fiori e piante che fanno colore e richiamano la circolarità dell’universo del quale il mandala è il rappresentante; che non manchi l’aroma del palo santo. Compassi e matite, pennarelli e pastelli.
Arrivate tutte le partecipanti, ahimè sempre l’unico maschio (uomini venite, non abbiate paura dell’incontro!), Daniela da una bella introduzione su cosa sia il mandala e su cosa vorremmo noi focalizzare l’attenzione. Io rimango con queste poche righe.
Mandala in sanscrito significa sia cerchio che centro. La forma sferica, circolare ,appartiene alla natura, all’universo, all’uomo. Il mandala è un’attività contemplativa e meditativa che porta dal micro al macro, dalla cellula alla galassia. Il nostro intento è quello di avvicinarci alla meditazione (pratica tanto umana quanto difficile da recuperare) attraverso il fare.
Ho conosciuto lo strumento del mandala molti anni fa, con Daniela. Ho un quaderno pieno di coloratissimi mandala fatti nell’arco di un anno molto intenso.

Abbiamo iniziato il laboratorio con 5 minuti di meditazione, anzi di contemplazione di un oggetto. L’idea era quella di avvicinarci alla sensazione meditativa e di assaporarne la difficoltà. La nostra mente è abituata a lavorare senza sosta, impilando e incastrando pensieri, programmando il futuro, ricordando il passato.
Stare nel presente, immersi completamente nel momento, sembra un movimento contro la nostra natura frenetica e dispersiva. Ma in realtà è uno dei segreti per la felicità.

Uno dei fantastici poteri del mandala è proprio questo: rimanere nel presente e fuori di sé, lavorando su di sé. Potrebbe sembrare un pensiero contorto ma il concetto è molto semplice. Possiamo lavorare su noi stessi solo quando noi non siamo soggetto ed oggetto allo stesso tempo. La facilità con la quale diamo un consiglio ad un amico sottende che solo vista dall’esterno, una situazione può essere compresa e se problematica, risolta.
Il mandala muove qualcosa dentro, mentre tracciamo le curve con il compasso, mentre disegnamo un fiore o mentre scegliamo l’accostamento dei colori e la forma che vogliamo fare emergere.
Fare un mandala, prima di tutto è terapeutico e curativo. Lo si può disegnare o cotruire, possiamo farne parte o possiamo cantarlo. Ci sono molte forme per realizzarlo. Attraverso il processo creativo (in generale qualsiasi, in particolare con il mandala)  la nostalgia del passato e l’ansia per il futuro allentano la presa sul nostro sentire fino a scomparire, come nuvole che si allontano lasciando solo un cielo azzurro e sereno.

I primi mandala sono quelli un po’ più difficili forse perché, quando si disegna, noi abbiamo la cattiva abitudine di dover fare qualcosa di bello e non qualcosa di vero (per noi stessi ovviamente). In generale nell’arte, quando si vuole fare qualcosa che piaccia, che rispetti dei canoni, non si crea ma si copia o si imita. Solo liberandoci dei limiti estetici possiamo creare. La creazione vera e sincera coincide quasi sempre (anzi sempre direi) con la bellezza.
Anche io, Martedi, pur avendo fatto centinaia di mandala, ho iniziato con l’ansia da bel lavoro. “Sono quello che ne ha fatti di più qui dentro, forse dovrei far vedere qualche tecnica particolare, forme geometriche e disegno libero, come uscire fuori dal cerchio” e altre paranoie; ma poi il mandala mi ha portato dentro di me. La mia voce interiore si è zittita e ho incominciato a disegnare, seguendo un flusso armonico, senza pensiero. Come una corrente dall’interno verso l’esterno ho creato curve e triangoli, ho disegnato fiori e ho fatto ordine.

Antropologicamente, i simboli sono molto potenti, direi uno strumento divino. Dall’albore dei tempi, il cerchio, la spirale, la curva e poi le figure geometriche erano la rappresentazione di fenomeni naturali e misteriosi. E per quanto non ce ne accorgiamo più, anche oggi, questi “segni” agiscono in noi. Abbiamo bisogno di riappropriarci della magia che ci circonda e che abbiamo dentro di noi.  

Il mandala cura. Il mandala è magico.

Provare per credere. Disegnare un mandala quando si è arrabbiati, confusi, tristi, disperati, porta ad un cambiamento. Non sarà la polverina magica di Pollon, ma è un solido strumento di auto-centratura e quando si è centrati è più difficile essere spostati dai venti impetuosi delle nostre giornate.


Namastè.

martedì 21 febbraio 2017

STAGIONE DI CACCIA


AAA cercasi ispirazione. Dopo aver stipulato un accordo con la Volontà per incominciare a scrivere dei racconti, sono alla disperata ma soprattutto divertita ricerca di ispirazione. Così come sono ispirati i miei blog (nel senso che nascono da un idea o un esperienza  e poi vomitati fuori a getto tipo esorcista) ho bisogno che anche un racconto sia ispirato. 
Che si accenda quella luce, quel lampo improvviso che  indichi la direzione da prendere. Il cammino poi si aggiusta passo dopo passo.

Sono emozionato, incuriosito, elettrizzato. Un po’ frustrato perché ho incominciato 3 o 4 racconti ma nessuno mi apparteneva, nessuno era ispirato. Il cosmo ancora non mi ha sussurrato all’orecchio la mia storia. Ma “chissene” no? No ho fretta e questa  apertura, questo avere i sensi all’erta, pronto allo scatto come un giaguaro mi piace. Mi piace molto.
Ora sono libero da pretese e aspettative: non mi interessa scrivere un romanzo (mi piacerebbe un sacco ma al momento non ne sono in grado), o scegliere un genere preciso. Non so ancora che tipo di scrittorie sia. Voglio cogliere il mio personale punto di vista attraverso una storia che non sia necessariamente personale.
Breve o lungo che sia, che tratti di persone o di animali, di temi profondi o di leggerezze sono disponibile a tutto pur di scrivere con onestà, impeto e intensità.

Da ieri è incominciata la caccia alla storia.

In palestra ad esempio, invece  che perdermi nel jazz mentre sudo e impreco contro il trainer che mi ha fatto la scheda, ascolto i discorsi delle signore sul tappeto mentre camminano in salita e usano slang da giovani per sentirsi in forma anche nel lessico; mi avvicino con non curanza ai finti maschi alpha che guardandosi attraverso gli specchi parlano di figa e pastiglioni. Osservo gli atleti più disciplinati che sono completamente immersi nel corpo e nel respiro. Ascolto i discorsi degli studenti che si ritrovano più per socializzare che per allenarsi. Ma direi che la palestra non è forse il luogo migliore per cercare ispirazione. Chi può dire però quale sia? E’ un po’ come il gioco dei Pokemon sul cellulare. La mia storia potrebbe nascondersi da qualsiasi parte.
Anche quando sono in macchina, di solito concentrato sui vocalizzi o nell’ascolto di qualche brano, cerco di osservare il paesaggio umano e non: spero di incontrare un espressione, un atteggiamento, una situazione che accenda la luce sul mio primo soggetto.

In realtà sono sempre stato un estimatore del PEOPLE WATCHING. Mi interessa un sacco osservare la gente nelle loro dinamiche e credo che questa passione possa essere strumento per poter scrivere il mio primo racconto da adulto. Si, perché di racconti ne ho scritti un sacco da ragazzo. Li custodisco come tesori e ho anche pensato di partire da uno di quelli per poi sviluppare un idea più complessa, ma mi sembra di rubare ad un bambino. Voglio scrivere da adulto, adesso, con questo processo che richiede METODO e PAZIENZA, qualità che entrambe entrano all’ultimo secondo sul treno del mio essere. Immagino tutte le parole e aggettivi che mi caratterizzano in una metropolitana  affollata e che Metodo e Pazienza corrono trafelati giù dalle scale e si tuffano tra le porte che si stanno chiudendo schiacciati tra il vetro e Indolenza , un’obesa parolona che non li permette di muoversi per trovare un posto più comodo.

Insomma, evviva la ricerca, la sperimentazione l’attesa attiva. So che per trovare qualcosa non bisogna focalizzarsi sulla ricerca ma sull’apertura all’incontro.

Al momento sono aperto come una finestra su una bella alba infuocata.


Nasconditi pure dove vuoi storia, perché ti troverò comunque!

domenica 19 febbraio 2017

LE ASTRAZIONI PERICOLOSE

Quanto tempo dall'ultimo blog... In realtà non mi interessa tanto la continuità anche perchè mi sono reso conto che ogni blog che scrivo è una tessera di puzzle che incastro nella complessa immagine della mia conoscenza. E, una volta inserito, ho bisogno di tempo per contemplare ciò che emerge, ciò che si incomincia a intravedere e sentire che è parte di me.

Mi rendo conto che tutto quello che faccio è propedeutico ad una maggiore conoscenza di me stesso. Sono sempre più affascinato dall'universo interiore dell'uomo, di me in particolare ma anche degli altri. Direi che è più semplice conoscersi attraverso gli altri. Come tante volte ho già scritto ci sentiamo tanto individui ma in realtà sviluppiamo a grandi linee gli stessi meccanismi di difesa e cerchiamo tutti una sempre più inconsistente felicità in quanto astrazione di qualcosa che non si conosce.

Ho letto ieri una frase di Carl Jung  (per caso mentre facevo una ricerca sul mandala) che ha sistemato verbalmente qualcosa che già sentivo dentro me. A grandi linee diceva che più un uomo è civilizzato nel senso di strutturato (sia nella società che nell'individualità) più si allontana dall'istinto, dal vero e dal semplice. Se da un lato la civilizzazione ha portato materialmente del benessere, dal punto di vista dello spirito, a mio avviso e da quanto ho voluto cogliere da ciò che ho letto, abbiamo perso il focus, spostandoci dall'essenza vera ad una serie di astrazioni che non portano a nulla se non all'indecisione, all'uniformità con regole e leggi create ad hoc per controllare e dirigere. Da qui la grande crisi spirituale dei nostri tempi, il vuoto che tanti di noi sentono e non sanno spiegare. La ricerca di soluzioni all'esterno perchè l'interno è troppo stratificato per raggiungere il centro. Prima (non so definire con esattezza storica un prima) forse si moriva per una polmonite ma tutto era più permeato di umanità, il contatto era più diretto, la connessione più semplice. Ora ci preoccupiamo solo della connessione internet.

Sono in un momento di forte presenza. E' altresì presente un'esigenza ad allontanarmi da me stesso, una forza che vuole che io sia cieco e sordo al richiamo del mio mondo interiore ma so che è solo una richiesta del tempo in cui vivo, una voce esterna. Oggi sono affascinato dall'interno. L'interiorità che permette di riscoprire quella connessione con gli altri e con l'universo. E senza astrarre troppo, cerco di sgomitare tra le coperture e le strutture esterne delle quali scopro essere ricoperto, scoprendo in una parola un tesoro: semplicità.
Semplice è sentire se siamo in ascolto, semplice è vedere se abbiamo gli occhi aperti ed uno sguardo curioso. Semplice è incontrare se siamo pronti a ricevere e chiedere. Non vorrei si confondesse il mio concetto di semplicità con aggettivi qualificativi come bello e brutto. Può essere, anzi molto spesso è così che ciò che senta, incontri o veda non mi piaccia ma ora, l'interesse è volto al vero.
Ieri ho imparato che per poter sapere dove voler andare bisogna esattamente sapere dove si è e non dove si vorrebbe essere. Direi che è un concetto semplicissimo eppure non l'avevo mai intuito. Certo la ragione era al corrente che se c'è un arrivo ci deve necessariamente essere una partenza ma il mio cuore (inteso come centro dei sentimenti e motore spirituale) no. Realtà invece che astrazione. Lo scarto necessario è accettare dove siamo anche se non ci piace e da li progettare i nostri movimenti. Come faccio a raggiungere un qualsiasi obiettivo se non so dove sono ora, adesso?

Adesso mi sento in una posizione privilegiata, perchè ho i sensi all'erta. Non so dove voglio andare, non ancora, ma da buon esploratore sto perlustrando con accuratezza dove sono. Non ho fretta, ma sono deciso, mentre spolvero una pietra che nasconde una vecchia anfora.
Conoscendo il mio presente posso provare a rielaborare il passato e investire nel futuro. Fino ad ora mi rendo conto che io ero sempre da qualche altra parte.
Ho capito ad esempio dal qui e dall'ora che il mio non sentirmi mai in diritto di nulla, la mia bassissima autostima, la mia predipsosizione al fallimento proviene da un eredità genetica, dal passato. E sapendo che è un lascito, un passaggio di testimone, posso anche scegliere di lasciarlo in un angolo e non portarlo con me nel futuro. C'è e ci sarà sempre quella voce che mi dice "non vali nulla" e probabilmente incontrerò persone che specchiano questa mia modalità, ma sapere che è una valigia che prima era di qualcun altro mi permette di non aprirla e di non portarla con me.

Mi piace scrivere, mi alimenta, mi fa sentire completo. Come cantare. Il blog fino ad'ora è stato il mio terapeuta, il mio scrigno del tesoro dove depositare le mie intuizioni, le mie verità, ma mi rendo conto che, per quanto riguarda l'esercizio della scrittura è anche il mio rischio assicurato. Continuerò a coltivare quest'orto perchè la verdura che raccolgo la trovo molto saporita e nutriente, ma sento che è arrivato il momento di sentirmi in diritto di scrivere per creare e non solo per riflettere.  Può anche darsi che io non sia uno scrittore, ma ciò non toglie che mi possa divertire a farlo comunque. Non mi sento in diritto di farlo, ma ho capito che questo è un mio limite. Di fatto non mi sento in diritto di niente: di cantare, di scrivere, di avere un bell aspetto, di essere comprensivo, amorevole etc. E per quanto i miei geni gridino all'unisono NON SEI CAPACE  io SO, ADESSO, che ho il diritto di farlo comunque e che molto probabilmente si sono capace di fare un sacco di cose e di farle bene. Ecco , l'ho scritto, e mentre lo facevo prendevo un profondo respiro. E' una mia verità. Il corpo non mente, la mente si.

La creazione di qualcosa di nuovo è assai complesso, è una sfida. Come lo scalatore che inizia l'allenamento in una palestra per poi affrontare la prima vera parete di roccia, ora mi sento pronto (e intimorito) per poter iniziare a raccontare qualcosa che sia al di fuori di me (almeno in parte).  Posso scrivere e lo farò. E se scriverò banali racconti saranno comunque i miei racconti e l'arte prenderà un giorno il posto dell'esercizio. Per il momento scrivo perchè scrivere è parte di ciò che sono. E ne ho il diritto.
Buona lettura a tutti.

giovedì 24 novembre 2016

IL SARTO SALAMANDRA

Anche oggi sveglia dopo poche ore di sonno: una manciata di minuti sparsi tra riflessione, dormiveglia e svenimento. Mi sono svegliato comunque energico, pieno, perché ieri, forse più  delle altre volte ho ricevuto tanto. 
Oggi mi sento un po’ guerriero non belligerante, o un viandante bello deciso sulla direzione da prendere. Guerriero nell’atteggiamento, pronto a tutto, viandante nell’azione. Cammino, sicuro, ed inizio ad avere la sensazione di lasciare un’impronta.  

Mi sento in fase di completamento: è strano da scrivere, per me che ho spesso vissuto al bordo e al di fuori. Nella continua ricerca di un posto nel mondo, credo di essere nella zona del "fuochino". Uno spazio tiepido per capire chi sono anche attraverso ciò che faccio. Incomincio a percepire un centro dentro di me che mi ancora al terreno e non sono più così tanto in balia del vento. Da ramoscello le mie radici mi permettono di trasformarmi in arbusto. Mentre i miei rami possono tendere al cielo. O così voglio pensare.
Ieri c’è stato un altro incontro con il laboratorio di scrittura creativa. Mai il mio tempo è stato investito così bene. E quella situazione è uno specchio (uno dei tanti) della mia vita in questo momento. Lì sono un po’ partecipante e un po’ conduttore, un po’ mi lascio andare e un po’ osservo e  mi nutro. Durante il laboratorio riesco, a fatica, a spostare il focus sugli altri. E si ripresenta il mio sull’egoismo ed il tema della libertà. Mettersi da parte per lasciare spazio a qualcun altro fa bene. Fa bene a me ovviamente che pecco di troppo egocentrismo. Strano ma è come trovare un centro spostandomi dal mio. Trovare una posizione comoda e finalmente dire ah, credo che sia il mio posto. Non più trono di spade ma soffice poltrona.

Gli anni passati a martoriare e indebolire la mia autostima mi hanno portato a rifiutare spesso il confronto, la vicinanza, lo scambio. Sono scappato tanto di quelle volte che potrei essere un velocista olimpionico. E questo tema del correre via si insinua in me dando una nuova chiave di lettura alla mia impossibilità fisica di correre (ho avuto un problema circolatorio alla gamba sinistra, squartamento chirurgico, cicatrici da pirata o gladiatore e gamba rincoglionita). Pensavo che fosse solo un suggerimento cosmico per prendere il mio tempo nel fare le cose, senza precipitare ma gradualmente avvicinarmi e godere di più il momento. Ma forse non era solo quello. Intuisco ora che si trattava anche di  un invito a non scappare più via ma a rimanere, senza scuse e senza pretese, dove in qualche modo, scelgo di stare (scegliamo sempre, anche quando ci sembra di subire l'ira degli dei). 

Ritorna spesso e oggi colgo questa mia sfuggevolezza, questa mia capacità di rendermi “viscido” come un’anguilla e non poter essere afferrato.
La prima persona che mi ha fatto stare è ovviamente Gianni. Prima di lui ci sono state persone che mi hanno fatto incontrare con il mio essere anfibio, ma lui ha spezzato la maledizione e da anguilla sono diventato salamandra. Un buon passo avanti. E di passi da fare ne vedo ancora tanti e sono così contento di aver voglia di farli, con il mio ritmo ma con decisione e fiducia.

Nella mia testa e nel mio petto riecheggia anche la parola libertà, che negli ultimi post sento la necessità di menzionare. Mi sento sempre più libero di dire ciò che penso, di fare ciò che mi sento, anche di pentirmene subito dopo magari. Non cammino nel giusto, ma cammino nel vero del mio presente. E mi interessa sbagliare, confrontarmi , imparare se possibile seguendo sempre quella voce interiore che finalmente ha un volume percepibile dal mio cuore. Sono più libero del pensiero altrui, del giudizio, delle analisi. Soprattutto se mi riguardano. 
36 anni, la maggior parte dei quali passati nella sensazione del difetto, dell'inadeguatezza. Questo sentire corrosivo nel tempo è diventato un compagno fedele, un parassita con il quale mi riconoscevo. Ora cerco di liberamene, sentendo che un pò si sgretola al vento come terra secca. 

Finalmente, dal groviglio di lana nera stanno uscendo dei bei fili colorati che si districano e si muovono per il mondo. Onorare i propri talenti in maniera personale e vera, sentirsi in diritto di parlare, dissentire, cantare, giocare, amare e condividere; osservare, contemplare o semplicemente stare in disparte. Avere la possibilità di credere, rinunciare, impegnarsi, resistere e combattere senza bisogno di ferire per continuare a tirarsi sempre più fuori da un contenitore che ci costruiamo durante tutta la vita e che quasi sempre è troppo piccolo e scomodo.

Il laboratorio di scrittura creativa si sta rivelando per me anche un corso di formazione. Un percorso iniziatico che condivido con belle anime che non si tirano mai indietro e che hanno voglia di darsi completamente. Persone che insegnano mentre imparano e la verità è così luminosa che a volte devo distogliere lo sguardo.In una serata vivo tante sensazioni diverse, complesse, contrarie. A volte incontro un mio sentire che crea ostacoli invece che scorciatoie ma mai me ne vado con le tasche vuote.  Imparo o riconosco sempre qualcosa su me con gli altri. 

E’ difficile stare con se stessi, senza distrazioni, ma per me è difficile anche stare con gli altri. Difficile nel senso di impegnativo e ricchissimo allo stesso tempo. Come stare davanti ad un banchetto regale, con così tante pietanze diverse da aver paura di fare indigestione. Ed è anche come una sala degli specchi piena di mie immagini somiglianti anche se non le riconosco tutte. C’è così tanto, così diverso (e uguale per certi versi) che non c’è spazio per "il me", per il mio amico ego.E ne soffro. Mi capita ancora (arg) il paragone tra me e gli altri. Così il soggetto sono comunque io.
Ed è un po’ come cercare il principe azzurro e paragonarlo ad ogni uomo che frequentiamo. Il principe è sempre meglio. Io sono sempre meglio. Ma così facendo si perde la magia. Capisco che nell'incontro, può anche essere leggero e leggiadro. Si può toccare, sfiorare, vedere la propria identità e quella di qualcun altro senza il bisogno di avvinghiarcisi dentro. Si può incontrare senza giudicare. La magia della connessione con altri esseri  umani sta proprio, secondo me, nella possibilità di vedere altri mondi, anche senza il bisogno di compenetrarli. E non puoi essere spettatore, o meglio regista, se vuoi essere anche protagonista.

Ciò che c’è, in relazione con gli altri, si scontra sempre con ciò che io ho previsto ci DEBBA essere. Ha poco senso, anche grammaticale noto, ma le mie repentine delusioni accadono perché la mia aspettativa non si compie. Sono un oracolo che crede solo nelle sue visioni senza accogliere la meravigliosa possibilità del mistero che le altre persone possono portare nella mia vita. Sono un lavoratore minuzioso, un sarto che confeziona vestiti e obbliga gli altri ad indossarli. E qualcuno, pur di starmi vicino lo fa pure. Mi dispiace. 
Taglio e cucio e stringo e se il comportamento esula dal travestimento, sguscio via.Mi rivedo in questo momento in tante situazioni dove ho preferito rimanere solo perché sapevo esattamente cosa sarebbe successo. Orribileeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee e tristeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Ma vero, lo vedo, lo riconosco, lo accolgo e cerco di mediarlo, perché stare con gli altri, in alcune situazioni mi piace e sempre arricchisce.

Si diventa più umani non solo quando si progredisce, ma quando ci si riconosce. Anche in qualcosa che non ci piace. E’ curioso come alcuni movimenti portino ad altri di diverso tipo. La flessione porta alla riflessione. I rimandi e i messaggi criptati che le nostre giornate ci regalano improvvisamente, da rebus indecifrabili, si trasformano misteri svelati. 

La bella serata di ieri si è conclusa con un viaggio in macchina con una persona speciale, un’affinità elettiva, amica e mentore. Una pazza gioiosa con la quale, tra presenze e assenze, risate sganasciate e silenzi, condivido 14 o 15 anni della mia vita. C’è apprendimento, c’è collaborazione, tanta intesa, immenso affetto e non posso fare altro che dire grazie CUG, dal profondissimo del cuore per tutto il tempo trascorso, per le occasioni e l’indulgenza; non per ultima per questa grande possibilità di abitare uno spazio condiviso tanto bello e potente.

Un incontro, con la cug, che ha segnato e dato una svolta alla mia vita. Una relazione sempre in movimento, in evoluzione, a volte in crisi ma mai per davvero. Un punto di riferimento, uno dei pochi nella mia vita, nel bene e nel male. Negli anni le ho girato intorno, l’ho evitata, criticata, amata, temuta. Ora è il momento in cui la scelgo per quello che è senza etichette e senza limiti. Perché è famiglia, divertimento, crescita e lavoro. 

 E perché è ora di accogliere chi abbiamo intorno completamente senza porre limiti. Essere liberi per me, oggi, significa permettere agli altri di essere se stessi.  E mentre scrivo penso a Gianni, Vivi, Ilaria, Daniele (entrambi) e altri con i quali ho dipinto e dipingo oggi l’affresco della mia vita.
Grazie.Davvero.Grazie.

lunedì 21 novembre 2016

UN BUON LUNEDI' DI LIBERTA'


Il concetto di libertà è oggetto di indagine  personale da molto tempo. Cos’è la libertà per me? Il potersi fare i cazzi propri a prescindere? Costruire e distruggere senza ritegno? Pisciare in piedi e non pulire l’asse del cesso? Libertà è sinonimo di ribellione o alimento per l’ego? Ammetto che la mia opinione riguardo questa parola così potente abbia subito un sacco di modifiche durante il mio percorso. Ora credo che la parola libertà abbia uno stretto legame con un'altra parola magica: amore. Per me sono intrinsecamente connessi l’uno con l’altra: non c’è amore senza libertà e non c’è libertà senza amore. Sia nei confronti di se stessi che verso le persone amate.
Oggi è un buon Lunedì.

Il tempo autunnale mi piace un sacco. Una leggera pioggerellina che rende tutto più vivo (ai miei occhi per lo meno) e sembra mi culli, mi mantenga protetto mentre vado al lavoro.  Nella mia testa “Autumn in New York” cantata da Ella, mentre osservo foglie gialle e rosse ballare leggiadre nell’aria. Mi sono svegliato con un gradito regalo via mail, un bel racconto, che mi ha dato una buona energia e tante idee per il laboratorio di scrittura. Ieri sera poi sono andato a letto con un senso di grande gratitudine nei confronti del cosmo in generale e del mio compagno in particolare. Abbiamo passato il fine settimana stropicciati sul divano guardando film, cucinando a turno e mangiando e prendendoci in giro come facciamo di solito un sorriso, un vaffanculo ed un abbraccio. Abbiamo chiaccherato con buoni amici facendoci quattro risate e tutto è filato, liscio, leggero, semplice ma intenso. Direi vero. Sarà che per molto tempo quando io ero a casa lui lavorava e viceversa, sarà che fra poco meno di un mese andrà in Uruguay per 6 settimane (maledetto!) sarà che si avvicina l’inverno ed il Natale ed io sono sempre più in modalità “tutona” . Chissà cosa sarà, ma sta di fatto che questi due giorni di coccole e intimità mi sono piaciuti tanto.

Sono contento. Può darsi che tutto finisca fra un’ora o che vada avanti fino all’ultimo mio giorno su questa terra. Ma me ne fotto. Vivo il presente. Più che posso.
E rifletto sulla fortuna che ho di vivere, nel bene e nel male, una storia d’amore. Una storia non sempre semplice, che mi fa incazzare a volte e piangere altre. Un continuo mettersi in discussione, guardarsi allo specchio. Come voler ascoltare una stazione radio che continua a cambiare frequenza. Bisogna continuamente girare le manopole per trovare il segnale perfetto. E non sempre ci si riesce. Ogni tanto bisogna portare pazienza ed ascoltare quel fastidioso fruscio di fondo. Non è semplice incontrare qualcuno con cui condividere la propria vita. Qualcuno con il quale poter stare nudi (in tutti i sensi) e sentirsi comodo. Un incastro perfetto tra mattoncini di diverse forme e colori. Qualcuno con cui poter essere e punto. Qualcuno con il quale lasciarsi andare, depositare. Costruire e condividere un divenire, uno specchio del proprio sentire. Qualcuno che ti accoglie completamente senza esitazioni. Qualcuno che ti accetta senza limiti. Quando osservo e percepisco questa strana alchimia, questa magia invisibile e incomprensibile, mi fermo stupito a contemplare. E niente ha più valore.

Mi sento leggero e pieno allo stesso tempo. E sembra che, almeno per ora, in questo processo di realizzazione personale, stia trovando un equilibrio (equilibrio? Chi ha detto equilibrio? Tu? Equilibrio? Mapperfavore!!! Mifaidaridere) tra l’individuo e il compagno.  Ovviamente tutto può cambiare in un battito di ciglia, ma adesso sorrido beato.
La mediazione tra gli estremi del mio sentire sembra una cosa fattibile tutto sommato: attrarre fra loro i vertici della mia bipolarità verso un centro compatto e complesso. E’ il lavoro di una vita, un lavoro difficile perché continuo a sbagliare e ad aggiustare il tiro. A volte decido di alimentare solo una parte di me e a volte solo quella opposta perdendo in realtà l’occasione di essere completo. Corro di qua, scivolo, impreco e ricomincio a correre. Poi mi fermo ansimante, vedo qualcosa, cambio idea e ricomincio a correre dall’altra parte. Poi sono stanco. Mi fermo di nuovo ,respiro e osservo dove sono. E ogni tanto vedo un bel paesaggio.

E’ così semplice perdersi via per me. Nel quotidiano, nelle solite cose, nel ritmo ripetitivo che rincoglionisce, qualsiasi cosa stia facendo. E’ come perdere dei sensi all’improvviso: vedere in bianco e nero, non sentire più i sapori, toccare solo la superfice delle cose, non l’essenza. Ma per fortuna ci sono i momenti di chiaroveggenza: quegli istanti mistici dove vedi chiaramente dove sei e chi sei , il vivo complesso universo di persone e di possibilità nel quale sei immerso e  …ti senti grato. O fottutamente inorridito. Va bene comunque. L’intuizione, il sentire vero di un momento, permette di sapere che si è sul cammino giusto o decidere di cambiarlo completamente.
In questo week end mi sono osservato molto. Ho osservato la mia dinamica famigliare, ho riflettuto, ho fatto paragoni, ho giocato al “e se fosse qualcos’altro?”. In realtà quel che ho visto mi è piaciuto tanto. E non è cosa da poco, soprattutto perché, fino a poco tempo fa, pensavo mi servisse qualcos altro, completamente diverso da ciò che ho. Invece no. E questo sentire è iniziato come un pensare, dopo una conversazione utile e ricca. Il mio interlocutore mi ha descritto, dal suo punto di vista, esattamente come io non mi sento. Mi vede come “un animale in gabbia” mentre io mi sento finalmente libero di scegliere. Le sue parole mi hanno aiutato a capire, attraverso un momento d’insicurezza e di forte dubbio, che mi sento appagato per quello che ho e che faccio, sono contento dove sono e dove sto andando. Magari non arriverò lontano, ma per me l’importante è muoversi. Perché, anche se non palese agli occhi di tutti, lo sto facendo, onorando i miei talenti e rispettando  la mia casa. Non mi sto limitando, ma sto vivendo il più possibile ciò che ho senza bisogno di stravolgere nulla.  

Amore e libertà: esplorare il mondo ed esplorarsi come individuo, scegliere un legame e riconoscerlo. Rinunciare senza perdere. Accogliere e condividere.  
Oggi mi sento benedetto perché libero e amato. 

venerdì 18 novembre 2016

NON SONO UN'ISOLA

Ciò che cerco nella vita è serenità. Svegliarmi con un sorriso, affrontare le giornate con voglia di fare, passione ed emozione. Sentirmi soddisfatto per quello che sono e quello che ho. Tendere sempre ad un miglioramento personale, inseguire i miei sogni e viverli per quel che mi è possibile. Questa è la mia missione (ammesso che poi ce ne sia soltanto una).

Improvviso e urgente  è arrivato il richiamo all'azione nel mondo: qualcosa con delle mani enormi  mi ha preso per le spalle, mi ha dato uno paio di strattoni e mi ha  spinto nel mondo dopo un lungo periodo di isolamento. Con l’azione è arrivata la domanda sulla realizzazione personale. Questa domanda, per la quale non ho ancora una risposta ben definita, mi ha fatto incontrare, progettare, sognare. Ho sfiorato con il cuore e con la mente delle possibilità che fino a poco prima consideravo chimere.

In questi giorni ho incontrato la dualità tra il mio desiderio di cambiamento e l’enorme prezzo da pagare per attuarlo. Sono convinto che nella vita si possa veramente fare ciò che si vuole (si sente ) quando si vuole. Non ci sono limiti di età, di possibilità o di circostanze sfavorevoli. In questi pochi mesi io ho preso a piene mani un sogno e l’ho stretto forte al petto sentendolo mio, senza badare a ciò che avevo lasciato cadere per terra per abbracciarlo.

Ho perso per un po’ il senso dell’orientamento, dimenticando dove sono adesso, chi sono e soprattutto con chi sono. Ho sognato di essere qualcun altro, un Ivano di un mondo parallelo forse. Io e quell’ Ivano ci siamo toccati e so che potremmo anche scambiarci di posto, ma così perderei necessariamente il mio mondo e non voglio.

Io ho trovato casa qui, con la persona che amo e, almeno per il momento, non voglio rimanere senza.
Questo non vuol dire però rimanere immobili, cristallizzati in una situazione per paura che un minimo cambiamento posa destabilizzarla. Ci sono dei compromessi accettabili, delle scelte condivisibili, e altre che danno un out-out: o con me o senza di me. Io vado da questa parte, se ti va bene vivere all’ombra della mia completa soddisfazione bene se no ciao. Io l’ho fatto con il mio compagno. Ho imposto un mio desidero, gli ho imposto di rinunciare a qualcosa per me, di togliere a lui per dare a me e mi accorgo oggi che tutto ciò non mi piace. Sono libero di fare ciò che voglio nel limite e del rispetto delle libertà altrui. O se sento che questa mi necessità è prioritaria a tutto il resto bhè allora forse vuol dire che il resto non era poi così importante. E non è questo il mio caso. Me ne accorgo sempre dopo, prima agisco con l’impeto di un guerriero spartano che affronta la morte con un sorriso, e poi ragiono, mi rendo conto. Parto come un razzo spaziale verso l’infinito ed oltre lasciando a terra un attonito compagno. Sono libero di farlo. Ma non voglio più viaggiare da solo. Forse saranno le circostanze della vita, le piccole scelte individuali, gli incontri a portarci su due percorsi lontani e inavvicinabili, ma non  voglio esserne io il motore cosciente.

E in questo agire da mega bulldozer riconosco il mio più pieno  Ivocentrismo (ringrazio una cara amica perché ha coniato un termine che da buon egocentrico apprezzo molto). Agli occhi di chi mi circonda io da un giorno all’ altro cambio completamente rotta: la sera prima si veleggiava insieme verso oriente. La mattina dopo macchine a tutta forza verso occidente. E non rompere il cazzo.
Mi sono svegliato di soprassalto ieri, come Bobby di Dallas quando aveva sognato di essere morto per un sacco di puntate. All’improvviso ho visto il mio compagno in lontananza sulla spiaggia che mi guardava basito senza capire perché me ne stavo andando così in fretta. “Ma non dovevamo fare quella cosa? Non avevamo programmato di organizzarci in tal modo?” Non ho condiviso un progetto, l’ho messo davanti ad una scelta univoca e unilaterale.  Bravo Ivano bravo Ivano esisti solo tu nel mondo.

Ed il suo essere magico è che non ha bisogno di usare delle parole. Lui si che mi lascia completamente libero di essere di fare, facendomi capire che non gli interessa condividere però. Ed ogni volta, piano piano lento lento imparo da quest’anima più evoluta di me che, immersa nella luce mi guida senza imporre mai nulla. Grazie.

Apprendere dai propri capitomboli ma soprattutto dagli altri, mi appaga profondamente. Certo, spero con il tempo di misurare i passi prima di saltare ad occhi chiusi nel vuoto, ma per lo meno grazie al confronto, alla riflessione ed ad una continua  indagine animico-sentimentale , riesco ad arrivare a delle soluzioni.

Questi nuovi progetti mi danno una grande soddisfazione perché sono immerso nel fare che tanto mi mancava, ma allo stesso tempo mi accompagna un inquietudine, un sensazione di qualcosa fuori posto che sfociano in nervosismo e instabilità emotiva. In realtà credo fosse la mia coscienza che mi diceva “ stai facendo i conti senza l’oste” e “Non sei un isola Ivano, non più”. Ed è questo il nocciolo della questione.

Ricordo alle superiori, un compagno di un altro corso, mi chiese di disegnare su un foglio una rappresentazione geografica di me da sottoporre alla sua professoressa di psicologia. Era un giochino di rappresentazione inconscia da  inizio anno.
Io disegnai una grande isola con intorno tanto piccoli atolli: in uno c’erano gli amici, in un altro la famiglia etc.  Quando l’insegnante mi vide rimase un po’ basita perché pensava che la rappresentazione l’avesse fatta una ragazza. La mia presenza molto mascolina con gli isolotti cozzavano in qualche modo. Forse se gli avessi detto che ero gay, avrebbe  chiuso il cerchio. Magari l’avrà intuito. Comunque, quell'immagine dell’isola Ivano con intorno gli atolli è rimasta per molto tempo impressa in me.  E nel mio percorso di crescita personale ho scoperto di non voler più essere un isola, ma un continente  fatto da tanti stati uno vicino all'altro, che si toccano. Ognuno con le sue regole, le sue leggi, il suo microclima e caratteristiche specifiche, ma vicini. O al massimo una penisola con dei confini liberi che danno sul mare. Un isola no. Non più.

E mi ritrovo, nonostante questo sentire forte e chiaro, a compiere scelte da isola, che non tengono conto delle ripercussioni  sugli stati o territori vicini perché  penso di avere intorno solo oceano.
In realtà fare parte di qualcosa è da un lato limitante ma dall’altro da un punto di riferimento, un’origine, delle radici che io non ho avuto per tanto tanto tempo. E ora le scelgo completamente. Sempre facendo un paragone con un disegno, ricordo quando iniziai ad indagare me stesso con la cugi  facendo un’attività bellissima che è il disegno onirico. Si fanno dei disegni  volti a rendere una fotografia più o meno inconscia di se stessi. Mi chiese di disegnare un albero ed io, tra tutti i tipi di albero che esistono, disegnai uno in riva al fiume con tutte le radici fuori dalla terra, tipo mangrovia. Cioè il 99 % degli alberi, nell'immaginario comune, ha le radici ben piantate nel terreno ed io ero andato a scovare quel 1% con le radici fuori.

Non voglio più essere una mangrovia  e se devo pagare un prezzo o limitare un mio essere per avere delle radici nel terreno, lo pago volentierissimo. Non nego che mi affascina la possibilità di tornare ramingo sia nell'agire che nel sentire ma preferisco il calore del nido. E per Dio ce l’ho. Come scrivevo prima ciò non implica l’immobilità, anzi mi permette di muovermi ma con un passo armonico rispetto al luogo di partenza.

E’ già nella mia indole svegliarmi una mattina con idee più o meno opposte a quanto fatto e detto il giorno prima e Gianni si è abituato a questo. Ma come posso stravolgere la vita di due persone solo per inseguire un sogno al quale, un mese fa, neanche pensavo? Se devo mettere sul piatto della bilancia una vita di stenti, anzi due, per qualcosa che non ho e una vita dignitosa su più livelli, primo fra tutti quello del rispetto, con ambizioni un po’ ridotte sicuramente scelgo la seconda opzione.

Mi ha fatto riflettere, oltre che una lunga "chiaccherata" con la mia amata Pocchi (migliore amica) anche un messaggio di un collega del gruppo che ieri diceva: "scusate ma non posso venire alle prove perché mio figlio ha la febbre alta". Io risposi “dai dimmi che non hai voglia di venire perché c’è a casa tua moglie che può curare tuo figlio echeccazzo!” “ E’ una febbre non una rara malattia degenerativa”. Lui, con molta eleganza, a differenza mia, continuò” abbiamo solo una macchina e se il bambino peggiora, che padre di merda sarei io a lasciare da sola mia moglie senza mezzo per portarlo in ospedale?”. “Prima la famiglia fratello, sempre”. Ovviamente gli ho chiesto scusa in ginocchio sui ceci perché non avevo afferrato il concetto che ha creato subito uno specchio con la mia situazione. Io, oltre  a decidere che il nostro tempo (mio e di Gianni) valesse meno del mio tempo da dedicare ai miei interessi, ho anche deciso che gran parte del nostro denaro serviva solo a me. Senza chiedere, ho imposto che bisognava stringere la cinghia perché io avevo scelto di fare qualcosa. Non ho pensato minimamente che forse anche lui, aveva voglia di fare qualcosa per sé, o semplicemente di utilizzare il denaro che io mi ero già accaparrato per comprarsi un paio di occhiali da sole. Chi cazzo sono io per decidere che il mio corso vale di più dei suoi occhiali da sole o del suo viaggio? Un compagno di merda sostanzialmente. Uno che però si salva in extremis riuscendo ad aggiustare il tiro prima creare danni troppo grandi.

Io sto facendo un mio percorso che è ben condivisibile. Un cambiamento se vogliamo, che è graduale e armonico con un mio modo di sentire compatibile con la mia vita attuale. Quello che invece mi turba e mi fa vivere male in fondo è un imposizione che in qualche modo limita la libertà della persona con la quale condivido da 8 anni piaceri e dolori. E ciò non mi sembra giusto. Decidendo un cambio di rotta così repentino agisco da completo egoista, come se tutto quello che ho adesso non avesse valore. E’ ovvio che posso farlo, me ne assumo i rischi e le conseguenze , ma devo mettere anche in conto che , qualitativamente tanto guadagno quanto perdo.

Ci sono dei cambiamenti intermedi che mi permettono di mantenere i piedi nel presente, e nello stesso tempo di fondare basi solide per un futuro più soddisfacente. Per entrambi.

Non sono un isola, non sono più un lupo solitario. Ho scelto una famiglia, un branco e nel mio percorso voglio portarmi chi sono adesso con un atto di amore e di profonda libertà per chi mi sceglie ogni santo giorno. 
Grazie.